Alice Miller, una scrittrice sull’infanzia e per l’infanzia

Appunti per una didattica attiva

Alice MillerAlice Miller

“Non esitono bambini difficili ma solo cattivi genitori e cattivi maestri.
L’infelicità dell’infanzia è un prodotto degli interventi errati dell’adulto”
(Alice Miller)

Consiglio la lettura di questa saggista e psiterapeuta polacca (1923-2010), per il grande e originale contributo che ha dato allo studio di alcuni comportamenti violenti, aggressivi, autolesionisti degli adulti, come effetto di maltrattamenti o veri e propri traumi subiti da bambini in ambito familiare.

Alice Milleraccusa la società e la psicologia stessa di nascondere queste violenze, sostendo e avallando il processo di “rimozione” a discapito di una vera-profonda presa di coscienza del paziente, al fine di una guarigione dal disturbo. Il processo di rimozione sostiene la Miller, nasconde semplicemente il problema, ma non lo risolve e chi è stato oggetto di violenza, solitamente genererà altra violenza e altri traumi, in un circolo vizioso infinito.

Io l’ho trovata coraggiosa e illuminante. Consiglio i suoi…

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Frammenti

A frammenti, padre mio
pensami a frammenti, quando il tempo spezzerà la luce
con la bava delle iene sul costato
e distante da quel luogo che facesti
cuore quieto e nutrimento

A frammenti, padre mio, cercami a frammenti
seminandomi la strada di radici
con tre croci sulla schiena
intrecciate a coerenze di germogli

A frammenti, padre mio, trovami a frammenti
come polvere vitale e sguardo vano
come canapa imbastita dal maltempo
come pioggia tramortita sopra il fango

A frammenti, prendimi a frammenti
come l’agnello addormentato accanto al lupo
come il giglio sotto il gelo di novembre
coi pensieri festeggiati dai sorrisi dei bambini
senza gioia né dolore
a frammenti, tutta amore

“Delle madri” di Marina Minet, vince -La forza dei sentimenti 2016

LucaniArt Magazine

Untitled.jpgAlla 4^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa e Testi per una Canzone “La forza dei sentimenti” 2016, per la sezione poesia a tema “La forza dei sentimenti” è risultato I^ classificato il libro edito “Delle madri” di Marina Minet, stampato nel 2015 a tiratura limitata a cura dall’Associazione “L’Arca Felice” di Salerno.

“Delle madri” libro edito di Marina Minet –1° Posto
Poesia dallo stile maturo ed elegante, trasudante senso di profonda sacralità del sentimento materno, interpretato non solo come atto di inestinguibile sacrificio carnale, fatica fisica, ma anche come eredità di una propria esperienza, di parole e ricordi che forgiano e completano i figli, frutto di grembo e cuore. Le madri scavate come statue dal tempo e dalle pene, ma mai sottomesse a questi fattori. – Carmela Gabriele

(motivazione del premio La forza dei sentimenti, 8 ottobre 2016)

La cerimonia di premiazione si è tenuta a Roma sabato 8 Ottobre 2016…

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Marina Minet, Perdono in supplica in monologo d’augurio al pasto

LucaniArt Magazine

marina minet, monologo

Quaderno a cura dell’Associazione Culturale LucaniArt

“Perdono in supplica in monologo d’augurio al pasto” è un monologo teatrale in prosa-poetica del 2003 della scrittrice Marina Minet, che affronta la complessità dei rapporti sentimentali e dei sacrifici estremi del sé, che spesso comporta.

– Quest’alternanza di pensieri
altro non è che carità amorosa.
Bacio asperso per alleviarti ossa –
Strappami la lingua,
Gerald,
sposo mio, d’affabile avversione alla premura
affinché l’inguaribile ossessione nasca gesto
e di simili deliri
in compassione ne diventi infine martire punita.
Principessa scalza in fuga
per smarrirti la scarpetta in sfoggio cristallino
nella bolgia di loro che aborti
divennero eco di grembi risanati.

Hai mangiato i miei occhi nel momento che non avrei
potuto farne a meno.
Soffiandomi dentro
nell’angolo esatto dove hai preso forma hai costruito il
mio odio.
Spremimi il cuore
fra le mani
come acino pronto a trebbia
in modo che nessuna goccia tenga sangue…

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Robert Antelme – La specie umana

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1960s, Bocca Di Magra, Italy --- French Writer Marguerite Duras --- Image by © Collection Jean Mascolo/Sygma/Corbis

1960s, Bocca Di Magra, Italy — French Writer Marguerite Duras — Image by © Collection Jean Mascolo/Sygma/Corbis

Mare blu dovunque anche sotto i nostri occhi, niente onde ma una risacca infinitamente dolce, respiro di un sonno profondo. Gli altri hanno smesso di giocare, si sono sdraiati sopra gli asciugamani stesi sulla sabbia. Lui è alzato, è andato verso il mare. Anch’io son andata vicino all’acqua. L’ho guardato. Ha visto che lo guardavo. Strizzava gli occhi dietro le lenti e mi sorrideva, scuoteva appena la testa, come scherzasse. Sapevo che sapeva. Sapeva che a ogni ora del giorno io pensavo: “non è morto nel campo di concentramento”

(da “Il Dolore” di Marguerite Duras)

La specie umana, di Robert Antelme (frammento)

Non capite che è continuare la resistenza? Cosi rattristate tutti quanti, accidenti!
Quello che parla cosi, è lui pure divorato dalla fame. È alto e grosso, e le ossa sembrano bucargli la faccia.
Si chiama Jo. Un quarto di pagnotta e poi niente altro che brodaglia da mettere in quell’immenso stomaco. Sta divorando se stesso.
Appena arrivati qui, la maggior parte riusciva a pensare ad altro che non fosse la fame. Ormai siamo entrati in una specie di sonnambulismo. Una massa invecchiata spinta in avanti di tappa in tappa: dalla zuppa all’officina, dall’officina al pane, dal pane al pagliericcio. E sempre il crampo allo stomaco vuoto, le mascelle immobili, il peso delle proprie ossa. I denti restano bianchi. Pronto a mangiare quello che gli si dà, l’apparecchio resta legato e fermo, come la macchina vuota che non si muove più. Si slegherà solo morendo. Alla sera, prima di coricarsi, capita che un uomo si aggiri nei pressi della cucina. Nemmeno lui sa cosa aspetta. Va in cortile solo per essere più vicino alla cucina. Forse qualcuno uscirà, e il tipo in un momento di follia arriverà anche a chiedergli qualche cosa da mangiare. È naturale chiedere a un cuoco se non ha un pezzo di pane. Ma l’altro invece lo guarderà come si guarda un pazzo. Il grosso, il più sazio, colui che non ha fame, conosce tuttavia il valore del pane; sa cosa vale per l’affamato, e attribuisce al suo lo stesso valore; costa perciò e non è facile darne un pezzo. Cosi, colui che ha fame e chiede da mangiare a quello che di fame non ne ha, è un pazzo, visto che il cibo – anche se se ne è pieni e ci si lavora in mezzo – è raro e deve essere conquistato per « meriti» (anche laggiù, del resto, i soldi sono considerati da quelli che li hanno come « meritati »).
Se un Kapò uscendo dalla cucina vedrà l’uomo, gli chiederà cosa fa H. L’altro non risponderà. Nonostante tutto non ce la farà a dire al Kapò che ha fame. Il Kapò allora lo prenderà per il collo della giacca e lo spingerà nella chiesa dove, a testa bassa, il tipo si avvierà verso il suo pagliericcio. Non ci sono soluzioni.
Non è che soffra. No, nessun dolore. Solo il vuoto allo stomaco, in bocca, tra le mascelle che si aprono e chiudono sul niente, sull’aria che gli entra dentro.
I denti masticano aria e saliva. Il corpo è vuoto.
Solo aria in bocca, in pancia nelle gambe e nelle braccia che si svuotano.
Cerca un peso per lo stomaco, per mantenere il corpo attaccato al suolo;
cosi è troppo leggero per restarci.
Non dobbiamo fermarci davanti a questo muro. Non bisogna parlarne. La fame non è altro che uno dei tanti mezzi delle SS. Rivoltarcisi contro sarebbe vano, come buttarsi contro il filo spinato, il freddo. La fame deforma la faccia, fa sporgere gli occhi. Il viso di Jacques, lo studente di medicina, non è pili lo stesso che abbiamo conosciuto arrivando qui.
È incavato, tagliato da due rughe profonde, con un naso appuntito come quello dei morti. Nessuno a casa sua immagina le stranezze che questa faccia poteva occultare. Laggiù guardano sempre la stessa fotografia, che non è più di nessuno. I compagni dicono: – Non possono sapere, – e pensano agli innocenti di laggiù con i loro visi immutati che vivono in un mondo di abbondanza e solidità, con delle pene compiute, che ci sembrano anche quelle di un incredibile lusso.
Ci si trasforma. La faccia e il corpo vanno alla deriva, qui non esistono più né belli né brutti. Fra tre mesi, saremo ancora diversi e sempre meno ci distingueremo gli uni dagli altri. Tuttavia, ognuno di noi continuerà a conservare una sua sia pur vaga idea di individualità. E poiché qui non è possibile realizzarla minimamente questa individualità, ci si potrebbe qualche volta credere fuori dalla vita, in una specie di vacanza orribile. Eppure è una vita, la nostra vera vita, non ne abbiamo nessun’altra da vivere. Visto che è cosi, che milioni di uomini con i loro sistemi vogliono che cosi si viva e che altri l’accettino. Qui si compiono e si interrompono realmente i singoli destini. È ben questa l’ultima visione di quelli che muoiono qui; e già, è da questa vita che noi prendiamo tutto il materiale per pensare, non dall’altra, dalla « vera » . Bisogna dunque lottare, anche per non lasciarci coprire dall’anonimato, per non smettere di esigere da sé quello che non si pretende da un altro. Si scopre che anche noi possiamo lasciarci andare, come non ci sarebbe stato possibile immaginare prima. Jacques, che è prigioniero dal ’40, che ha il corpo pieno di foruncoli che marciscono, che non ha detto mai né mai dirà « sono stufo », che sa che se non cercherà di arrangiarsi per mangiare un po’ di più morirà prima della fine, che già cammina come un fantasma di ossa, che spaventa perfino i compagni (lo vediamo come l’immagine di quello che anche noi saremo presto), che non ha mai voluto né mai vorrà fare il minimo traffico con un Kapò per mangiare, che i Kapò e i medici odieranno sempre di più perché è sempre più magro e il suo sangue marcisce, Jacques è colui che nelle religioni verrebbe chiamato un santo. Ma laggiù non è un santo che aspettano, è Jacques il figlio, il fidanzato. Non sanno. Se ritornerà, avranno del rispetto per lui « per ciò che ha sofferto, per quello che tutti hanno sofferto ». Cercheranno di recuperarlo e di farne un marito.
Vi sono tipi invece che saranno rispettati laggiù, mentre a noi sono diventati odiosi, ancora più dei nostri peggiori nemici. Ma ci sono anche quelli dai quali non ci si aspettava niente, la cui esistenza laggiù era quella dell’uomo senza storia, mentre qui si sono dimostrati eroici. È qui che avremo conosciuto la stimabilità più assoluta e il più definitivo disprezzo.
L’amore dell’uomo e l’orrore per lui, nella pili totale certezza che mai sia stata possibile altrove.
Le SS che ci confondono non riusciranno mai a fare in modo che noi ci si confonda. Non possono impedirci di scegliere. Qui, anzi, la necessità di scegliere è senza misura accresciuta e costante. Più ci si trasforma, più ci si allontana da laggiù, più la SS ci pensa ridotti a una indistinzione, a una irresponsabilità di cui noi mostriamo l’apparenza incontestabile; più la nostra comunità contiene di fatto delle distinzioni, più queste diventano rigorose. Il prigioniero dei campi non ha affatto abolito le differenze. Le ha anzi realizzate concretamente. Se si andasse a trovare una SS e gli si mostrasse Jacques, gli si potrebbe dire: « Guardatelo, voi avete ridotto quest’uomo giallastro e marcio, quello che deve assomigliare di più a ciò che voi pensate egli debba essere naturalmente: un rifiuto, un relitto e ci siete riusciti. Ebbene, noi vi diremo quello che dovrebbe annichilirvi se ” l’orrore ” potesse ammazzare: voi gli avete dato la possibilità di diventare l’uomo più completo, più sicuro delle sue possibilità, delle sue risorse, della sua coscienza e dell’importanza delle sue azioni; il più forte. Non perché gli infelici sono i più forti e nemmeno perché il tempo lavora per noi. Ma perché Jacques finirà di correre i rischi che voi gli fate correre, perché voi cesserete di esercitare il potere che esercitate e infine perché ci è già possibile dare una risposta alla domanda: se c’è mai stato un momento in cui avete vinto; con Jacques non avete vinto mai. Volevate che rubasse, non ha rubato. Volevate che leccasse il culo ai Kapò per poter mangiare, non l’ha fatto.
Volevate che ridesse mentre un Meister allungava colpi a un compagno, non ha riso. Volevate soprattutto portarlo a dubitare, a chiedersi se ci fosse una causa per cui valesse la pena di decomporsi cosi, non ha mai dubitato. Voi gioite davanti a questo rottame che a stento si tiene in piedi davanti ai vostri occhi, ma siete voi i derubati, i marci fino alle midolla. A voi si mostrano solo i foruncoli, le piaghe, i crani grigi, la lebbra e voi non credete che alla lebbra. Sprofondate sempre più, “Jawohl! Avevamo ragione, Jawohl, alles scheisse!” La vostra coscienza è tranquilla. “Avevamo ragione, basta guardarli”. Voi siete stati ingannati come nessuno lo è stato di più, e da noi che vi portiamo fino in fondo al vostro errore. Non vi disinganneremo siatene certi, vi si porterà fino al limite estremo della vostra enormità. Ci lasceremo condurre fino alla morte e voi vedrete solo vermi che crepano.
« Non aspettiamo la liberazione dei corpi e nemmeno la loro resurrezione per avere ragione; è adesso, che siamo vivi come dei rifiuti, che le nostre ragioni trionfano. (…) »

Robert Antelme

Introduzione di Alberto Cavaglion
Nota di Hermann Langbein
Traduzione di Ginetta Vittorini

Titolo originale L ‘espèce humaine
1957 Librairie Gallimard, Paris
1969 e 1997 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Prima edizione « Supercoralli» l 969
ISBN 88-06-12953-8

Corpi

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Escher, Relatività

Escher, Relatività

Sotto questa terra scorderemo i corpi
l’attenzione fragile dei ciechi
la distrazione insonne, le feste, le frasi e gli spaventi
l’iride sbiancata, il ridere insensato, la sete e la viltà
l’osare delle unghie e la tristezza
ché i corpi sono niente, al gelo come al sole
risacca fra le ossa, i corpi sono niente

Come restare, legare il fiato sospiro e poi cantarlo
indenne al duro amare
sui davanzali di spinosi gigli e di alberi cremisi.
Come trovare il cielo, l’impronta degli agnelli
e il manto celestiale, seduti accanto ai debiti bugiardi.
Come svegliare il passo, la tenebra e i profumi
i gesti e l’innocenza
strappati come fiori ai modi dell’inverno

L’incolumità delle cose, attese prosciugate all’indolore:
deserti, colline, nuraghi, coltelli
sciacalli, dirupi e mura antiche.
Invidia ai sassi, ai grappoli trebbiati
ai ceppi taciturni nei camini
e ai marmi senza carni e senza vermi
così prudentemente sordi al mietere del tempo

 

Uno scritto di Simone Weil – AUTOBIOGRAFIA SPIRITUALE

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Simone WeilDa leggere per cominciare. P.S. Questa lettera è spaventosamente lunga, ma siccome non richiede una risposta, tanto più che sarò senz’altro partita, avete anni davanti a voi, se vorrete conoscerne il contenuto. Tuttavia leggetela, un giorno o l’altro.
[da Marsiglia, 15 maggio circa]

Padre,
prima di partire voglio parlarvi ancora, forse per l’ultima volta, poiché penso che da laggiù vi manderò ogni tanto mie notizie soltanto per riceverne da voi.
Vi ho detto che avevo un debito immenso verso di voi. Cercherò di dirvi esattamente e onestamente in che cosa consiste. Penso che se voi poteste veramente comprendere la mia posizione spirituale, non provereste alcun dolore per non avermi condotta al battesimo. Ma non so se ciò vi sarà possibile.
Voi non mi avete portato né l’ispirazione cristiana né il Cristo; infatti, quando vi ho incontrato questo non rimaneva più da fare: era fatto, e senza alcun intervento umano. Se così non fosse stato, se già non fossi stata presa, non soltanto implicitamente ma coscientemente, voi non mi avreste dato nulla, io non avrei ricevuto nulla da voi. La mia amicizia per voi sarebbe stata, per me, un motivo per rifiutare il vostro messaggio; avrei avuto paura delle possibilità d’errore e d’illusione che l’influsso umano nel campo delle cose divine può implicare. Continua a leggere

Fino alle buone membra

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Verità, stagione amata
madre e figlia d’ogni grembo che ti segue
trascina queste voci oltre la nebbia
ignare d’esser state sventure nella bocca
poi privale dimesse del sollievo
e di ogni volontà
ché di noi sappiano di spini e di ginestre
di pani e di fucili, di albori e luci spente
piegandoci a rilento
fino alle buone membra della terra

La nuca come fossa

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La scoprii così, la morte
quell’ancella martire che ci siede accanto
con i denti incerti
un giorno che fu nulla o grido di preghiera

Cenere fra gli arti, la nuca come fossa
la revoca del tempo e la pretesa muta
per questo corpo che di noi si appropria
come se dovesse darci ragioni e volontà
con la spinta ardente delle dighe

La incrociai così, negli anni del perdono
e degli ulivi appesi, chinati alle pianure
nei giorni in cui il silenzio mi covava
sprangandomi lo sguardo e la parola

La vidi così, mia ospite fedele
davanti ad ogni strada
cordiale e pertinente come Dio
ovunque io guardassi
e ovunque una risposta si perdesse

POESIA/ Delle madri, Marina Minet

Silenzio tra due pensieri

delle madri, grafica interna, Fig.3# grafica interna, Roberto Matarazzo

Una poesia scelta tratta dall’ultima raccolta poetica della scrittrice sarda Marina Minet “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015), illustrata con grafiche interne ed esterne da Roberto Matarazzo.

Di Madre

Di madre s’apprende il tatto
il timbro dei suoi fianchi
su perimetri al fiato dell’istinto
linee e curve
nutrite già di pianto
sfasando caos e accenti di frontiere

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Martin Luther King – Pensiero

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Martin Luther King

Martin Luther King

La vigliaccheria chiede: è sicuro? L’opportunità chiede: è conveniente? La vanagloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto? Ma arriva il momento in cui si deve prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare, ma la si deve prendere perché la propria coscienza ci dice che è giusta.
(Martin Luther King)

Delle madri, Marina Minet

LucaniArt Magazine

copertina libro

Anche le querce oscillano, talvolta
(come le madri)
reggendo per le foglie la strage che riassume le stagioni
loro, mai incapaci, ferite senza carni e indifferenti
come le pietre e gli astri (…)
Marina Minet

1. Alle tue mani

Io ti ricordo, madre
come una fortezza di parole
da espugnare

Non so se sia dei luoghi
la causa del destino
o se sia il sangue, la fonte dei lamenti
che ci portiamo dentro senza nome
come sfortune incolte
Oppure se dovunque sia del sé
la scelta d’ogni singolo paesaggio
che attraversiamo nudi
fino a sfinirci gli anni

Eppure, il grano sotto il sole
dorato e vacillante
somiglia alle tue mani
e mi riporta indietro, vedendolo oscillare
a quando rientravo dalla strada
spaesata come un cuore senza fianchi

(p.38)

*

3. Il nervo che ci scalda

I ricordi
questi baccelli eterni
legati alla coscienza
altro non sono che il passo che…

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Simone Weil – Pensiero

Simone Adolphine Weil

Simone Adolphine Weil

La scienza, l’arte, la letteratura, la filosofia che appaiono solo come forme di sviluppo della persona costituiscono un ambito in cui si registrano successi straordinari, gloriosi, che mantengono in vita certi nomi per migliaia di anni. Ma al di sopra di quest’ambito, molto al di sopra, separato da un abisso, ve ne è un altro in cui si situano le cose di primissimo ordine. Queste sono essenzialmente anonime.

 Simone Weil