Il mare di quegli anni

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Il mare di quegli anni
spuntava fra le dune sceso il giorno
e l’aspro dei ginepri impallidiva
macchiandosi al fermento anche le vene
dei rami più taglienti.
La trebbia azzurra ci sommergeva i piedi
gonfiandosi la brezza
mentre finiva il colpo del suo cuore
sulle schiene.
Grinzoso senza età
era la storia, il mare di quegli anni
su quella costa di reti insanguinate
la parola si pescava come niente-
labile e sincera colpiva tramortendo
come la risacca che rende sempre all’onda
l’ abisso del suo sguardo.
Non l’ho più incontrato il mare di quegli anni
né atteso come allora, superstite d’inverno
ubriaco del suo mirto fra le pietraie antiche
madrine d’ogni figlio

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Quando un giorno

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Quando un giorno verrete alla mia tomba
non bussate come solita è la gente
accendete la presenza col silenzio
mormorando un perdono controvento
fra le gore delle siepi.
Fischiettando, rallegrerete i marmi
con l’olio della lampada sul capo
versato a goccia piena, d’abbondanza
per rischiarare il tempo già accaduto.
Quando verrete allora alla mia tomba
cingetevi di lino i bei pensieri, e i sandali
che siano vecchi e sporchi
saranno loro a raccontarmi i vostri viaggi
flettendosi sull’erba come giunchi.
E quando verrete tristi alla mia tomba
portatemi gli affanni come dono
saprò tagliarne il peggio limando le preghiere
lacrime anche a foci per questi fiori chiusi
il grigio dei capelli raccolti dai guanciali
e ciò che fra le tasche v’importuna

Sepolcri imbiancati – Matteo 23

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Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:  «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei.  Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.  Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito.  Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange;  amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe  e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente.  Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli.  E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo.  E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.  Il più grande tra voi sia vostro servo;  chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro?  E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta?  Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso. Continua a leggere

Per ogni suono vano

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Nutrite le parole
preparate una culla per ogni sillaba
una cuccia per ogni pensiero
il lenzuolo e le federe buone
col pallore dei ricami di marzo.
Amate le parole, vi è un Dio fra loro
e a ogni dire cammina sui crinali
dall’alto di un silenzio benedetto

Lui sorge come la perla dentro l’ostrica
come un soldato che sguaina la pietà
come il dente di latte intorno al pane
e mentre sorge ascolta
ascolta e avanza marciando su crinali
distesi come rughe millenarie
e le sue ossa sono spine per ogni suono vano
e grandine vivace di novembre

Il santo – Su talentu de su chelu

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Non c’è nube che allontani dal tuo cielo
da questa manna acerba, celeste
dalla migrazione di luce
che la tua tunica sorregge
per la mietitura buona dell’Eterno

Contempli le ferite ad ogni sforzo
perché nessun gesto sia incompiuto
prigioniero di un volere temporaneo
che a tarda sera, chiuse le palpebre
sfiata nei cipressi

Quante croci ti hanno innalzato l’ombra
festosa fra i chiodi sbocciati dall’inverno
e i passeri a sorvegliare il grano sono sacri
sotto la pioggia che inferocisce il fango
per tutto il tempo che i sandali s’inoltrano pazienti

Sei soglia di un altrove senza imbrogli
impronta in un cammino che a stento tira i carri
lucerna per libertà murate
e canti ovunque il poema del bisogno
come se il sospiro d’ogni attesa fosse tuo

E noi che bestie siamo a urlare la pietà
offesi come ceri davanti ai crisantemi
preghiamo che la terra dia i suoi frutti
e mai sappiamo le zolle prosciugate degli altri.
Noi che diamo il perdono a giorni alterni
fuggendo alle condanne come ladri

Premesse d’anima

Michaël Borremans, The Prodigy, 2007.

Vivi queste premesse d’anima
come vertigini a sequenza
e non aver paura di cadere.
Quest’ordine profondo che sovrasta
seppure dovessero sprangare le tue labbra
con la catena più robusta.
Questo abbecedario fatto anche di dolore
senza che il lamento ti sia voce
quando le macerie ti alzeranno.
Questo crollo di fanghiglia dentro agli occhi
anche se dovessi barcollare sulla strada
accecato dalla luce degli astri.

Accresci queste premesse a traboccare
instancabile e disposto come la terra
prima della semina.
Queste premesse d’anima ch’io amo
chiamate anticamente verità
senza che nessuno ti dissuada

Anima

L’anima resta.
Come manna è a notte fonda
l’inginocchiarsi folle delle carni
sbiancate come neve in ogni croce.
Grazia è la sua crosta
luci le sue urne e pianto la sostanza
da unire solo al pane.
Persino nei deserti si abbevera feconda
come una radice gocciolante
alzata sulle fronde. Larghi i rivoli
la inondano ospitali in un accordo
che il cielo guarda altrove.
Il pensiero è una reliquia talvolta
un tralcio battuto dal vento
in preda al suo viaggiare
fra sassi e muri impervi
ma lei rimane, pioggia sì costante
e tessitura ardente
senza viscere né peso
principio e gloria di ogni devozione

Marina Minet, Scritti d’inverno

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Dal nuovo libro “Scritti d’inverno” di Marina Minet pubblicato a cura del Premio Taranto, la poesia vincitrice della IX edizione 2015 (sezione poesia).

Guardando l’orizzonte

Io non so com’eri ieri
terra che fai male, come un lutto.
Se uguale ad ora ti specchiavi nelle pozze
scavando le voci delle vecchie
per renderle infantili come un tempo
quando al buio anche i santi pregavano a rovescio
e i piedi sulla strada sfidavano le scarpe

Terra d’avara confusione, chi pregherà con te
vuotando i battisteri fino al grembo
non c’è nessuno a ungere le falci tra i covoni
per frammentare il grano a spigoli di sogni
il tanto di invecchiare la gioia e le stagioni

Maria che è nata qui
ti serve di nascosto ogni mattina
temendo la salita con il gelo
e chiede due monete per le uova e i soliti boccacci
voltandomi le spalle un po’ dubbiosa
per non mostrare…

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Frammenti

A frammenti, padre mio
pensami a frammenti, quando il tempo spezzerà la luce
con la bava delle iene sul costato
e distante da quel luogo che facesti
cuore quieto e nutrimento

A frammenti, padre mio, cercami a frammenti
seminandomi la strada di radici
con tre croci sulla schiena
intrecciate a coerenze di germogli

A frammenti, padre mio, trovami a frammenti
come polvere vitale e sguardo vano
come canapa imbastita dal maltempo
come pioggia tramortita sopra il fango

A frammenti, prendimi a frammenti
come l’agnello addormentato accanto al lupo
come il giglio sotto il gelo di novembre
coi pensieri festeggiati dai sorrisi dei bambini
senza gioia né dolore
a frammenti, tutta amore

“Delle madri” di Marina Minet, vince -La forza dei sentimenti 2016

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Untitled.jpgAlla 4^ Edizione del Premio di Poesia, Narrativa e Testi per una Canzone “La forza dei sentimenti” 2016, per la sezione poesia a tema “La forza dei sentimenti” è risultato I^ classificato il libro edito “Delle madri” di Marina Minet, stampato nel 2015 a tiratura limitata a cura dall’Associazione “L’Arca Felice” di Salerno.

“Delle madri” libro edito di Marina Minet –1° Posto
Poesia dallo stile maturo ed elegante, trasudante senso di profonda sacralità del sentimento materno, interpretato non solo come atto di inestinguibile sacrificio carnale, fatica fisica, ma anche come eredità di una propria esperienza, di parole e ricordi che forgiano e completano i figli, frutto di grembo e cuore. Le madri scavate come statue dal tempo e dalle pene, ma mai sottomesse a questi fattori. – Carmela Gabriele

(motivazione del premio La forza dei sentimenti, 8 ottobre 2016)

La cerimonia di premiazione si è tenuta a Roma sabato 8 Ottobre 2016…

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Marina Minet, Perdono in supplica in monologo d’augurio al pasto

LucaniArt Magazine

marina minet, monologo

Quaderno a cura dell’Associazione Culturale LucaniArt

“Perdono in supplica in monologo d’augurio al pasto” è un monologo teatrale in prosa-poetica del 2003 della scrittrice Marina Minet, che affronta la complessità dei rapporti sentimentali e dei sacrifici estremi del sé, che spesso comporta.

– Quest’alternanza di pensieri
altro non è che carità amorosa.
Bacio asperso per alleviarti ossa –
Strappami la lingua,
Gerald,
sposo mio, d’affabile avversione alla premura
affinché l’inguaribile ossessione nasca gesto
e di simili deliri
in compassione ne diventi infine martire punita.
Principessa scalza in fuga
per smarrirti la scarpetta in sfoggio cristallino
nella bolgia di loro che aborti
divennero eco di grembi risanati.

Hai mangiato i miei occhi nel momento che non avrei
potuto farne a meno.
Soffiandomi dentro
nell’angolo esatto dove hai preso forma hai costruito il
mio odio.
Spremimi il cuore
fra le mani
come acino pronto a trebbia
in modo che nessuna goccia tenga sangue…

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Robert Antelme – La specie umana

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1960s, Bocca Di Magra, Italy --- French Writer Marguerite Duras --- Image by © Collection Jean Mascolo/Sygma/Corbis

1960s, Bocca Di Magra, Italy — French Writer Marguerite Duras — Image by © Collection Jean Mascolo/Sygma/Corbis

Mare blu dovunque anche sotto i nostri occhi, niente onde ma una risacca infinitamente dolce, respiro di un sonno profondo. Gli altri hanno smesso di giocare, si sono sdraiati sopra gli asciugamani stesi sulla sabbia. Lui è alzato, è andato verso il mare. Anch’io son andata vicino all’acqua. L’ho guardato. Ha visto che lo guardavo. Strizzava gli occhi dietro le lenti e mi sorrideva, scuoteva appena la testa, come scherzasse. Sapevo che sapeva. Sapeva che a ogni ora del giorno io pensavo: “non è morto nel campo di concentramento”

(da “Il Dolore” di Marguerite Duras)

La specie umana, di Robert Antelme (frammento)

Non capite che è continuare la resistenza? Cosi rattristate tutti quanti, accidenti!
Quello che parla cosi, è lui pure divorato dalla fame. È alto e grosso, e le ossa sembrano bucargli la faccia.
Si chiama Jo. Un quarto di pagnotta e poi niente altro che brodaglia da mettere in quell’immenso stomaco. Sta divorando se stesso.
Appena arrivati qui, la maggior parte riusciva a pensare ad altro che non fosse la fame. Ormai siamo entrati in una specie di sonnambulismo. Una massa invecchiata spinta in avanti di tappa in tappa: dalla zuppa all’officina, dall’officina al pane, dal pane al pagliericcio. E sempre il crampo allo stomaco vuoto, le mascelle immobili, il peso delle proprie ossa. I denti restano bianchi. Pronto a mangiare quello che gli si dà, l’apparecchio resta legato e fermo, come la macchina vuota che non si muove più. Si slegherà solo morendo. Alla sera, prima di coricarsi, capita che un uomo si aggiri nei pressi della cucina. Nemmeno lui sa cosa aspetta. Va in cortile solo per essere più vicino alla cucina. Forse qualcuno uscirà, e il tipo in un momento di follia arriverà anche a chiedergli qualche cosa da mangiare. È naturale chiedere a un cuoco se non ha un pezzo di pane. Ma l’altro invece lo guarderà come si guarda un pazzo. Il grosso, il più sazio, colui che non ha fame, conosce tuttavia il valore del pane; sa cosa vale per l’affamato, e attribuisce al suo lo stesso valore; costa perciò e non è facile darne un pezzo. Cosi, colui che ha fame e chiede da mangiare a quello che di fame non ne ha, è un pazzo, visto che il cibo – anche se se ne è pieni e ci si lavora in mezzo – è raro e deve essere conquistato per « meriti» (anche laggiù, del resto, i soldi sono considerati da quelli che li hanno come « meritati »).
Se un Kapò uscendo dalla cucina vedrà l’uomo, gli chiederà cosa fa H. L’altro non risponderà. Nonostante tutto non ce la farà a dire al Kapò che ha fame. Il Kapò allora lo prenderà per il collo della giacca e lo spingerà nella chiesa dove, a testa bassa, il tipo si avvierà verso il suo pagliericcio. Non ci sono soluzioni.
Non è che soffra. No, nessun dolore. Solo il vuoto allo stomaco, in bocca, tra le mascelle che si aprono e chiudono sul niente, sull’aria che gli entra dentro.
I denti masticano aria e saliva. Il corpo è vuoto.
Solo aria in bocca, in pancia nelle gambe e nelle braccia che si svuotano.
Cerca un peso per lo stomaco, per mantenere il corpo attaccato al suolo;
cosi è troppo leggero per restarci.
Non dobbiamo fermarci davanti a questo muro. Non bisogna parlarne. La fame non è altro che uno dei tanti mezzi delle SS. Rivoltarcisi contro sarebbe vano, come buttarsi contro il filo spinato, il freddo. La fame deforma la faccia, fa sporgere gli occhi. Il viso di Jacques, lo studente di medicina, non è pili lo stesso che abbiamo conosciuto arrivando qui.
È incavato, tagliato da due rughe profonde, con un naso appuntito come quello dei morti. Nessuno a casa sua immagina le stranezze che questa faccia poteva occultare. Laggiù guardano sempre la stessa fotografia, che non è più di nessuno. I compagni dicono: – Non possono sapere, – e pensano agli innocenti di laggiù con i loro visi immutati che vivono in un mondo di abbondanza e solidità, con delle pene compiute, che ci sembrano anche quelle di un incredibile lusso.
Ci si trasforma. La faccia e il corpo vanno alla deriva, qui non esistono più né belli né brutti. Fra tre mesi, saremo ancora diversi e sempre meno ci distingueremo gli uni dagli altri. Tuttavia, ognuno di noi continuerà a conservare una sua sia pur vaga idea di individualità. E poiché qui non è possibile realizzarla minimamente questa individualità, ci si potrebbe qualche volta credere fuori dalla vita, in una specie di vacanza orribile. Eppure è una vita, la nostra vera vita, non ne abbiamo nessun’altra da vivere. Visto che è cosi, che milioni di uomini con i loro sistemi vogliono che cosi si viva e che altri l’accettino. Qui si compiono e si interrompono realmente i singoli destini. È ben questa l’ultima visione di quelli che muoiono qui; e già, è da questa vita che noi prendiamo tutto il materiale per pensare, non dall’altra, dalla « vera » . Bisogna dunque lottare, anche per non lasciarci coprire dall’anonimato, per non smettere di esigere da sé quello che non si pretende da un altro. Si scopre che anche noi possiamo lasciarci andare, come non ci sarebbe stato possibile immaginare prima. Jacques, che è prigioniero dal ’40, che ha il corpo pieno di foruncoli che marciscono, che non ha detto mai né mai dirà « sono stufo », che sa che se non cercherà di arrangiarsi per mangiare un po’ di più morirà prima della fine, che già cammina come un fantasma di ossa, che spaventa perfino i compagni (lo vediamo come l’immagine di quello che anche noi saremo presto), che non ha mai voluto né mai vorrà fare il minimo traffico con un Kapò per mangiare, che i Kapò e i medici odieranno sempre di più perché è sempre più magro e il suo sangue marcisce, Jacques è colui che nelle religioni verrebbe chiamato un santo. Ma laggiù non è un santo che aspettano, è Jacques il figlio, il fidanzato. Non sanno. Se ritornerà, avranno del rispetto per lui « per ciò che ha sofferto, per quello che tutti hanno sofferto ». Cercheranno di recuperarlo e di farne un marito.
Vi sono tipi invece che saranno rispettati laggiù, mentre a noi sono diventati odiosi, ancora più dei nostri peggiori nemici. Ma ci sono anche quelli dai quali non ci si aspettava niente, la cui esistenza laggiù era quella dell’uomo senza storia, mentre qui si sono dimostrati eroici. È qui che avremo conosciuto la stimabilità più assoluta e il più definitivo disprezzo.
L’amore dell’uomo e l’orrore per lui, nella pili totale certezza che mai sia stata possibile altrove.
Le SS che ci confondono non riusciranno mai a fare in modo che noi ci si confonda. Non possono impedirci di scegliere. Qui, anzi, la necessità di scegliere è senza misura accresciuta e costante. Più ci si trasforma, più ci si allontana da laggiù, più la SS ci pensa ridotti a una indistinzione, a una irresponsabilità di cui noi mostriamo l’apparenza incontestabile; più la nostra comunità contiene di fatto delle distinzioni, più queste diventano rigorose. Il prigioniero dei campi non ha affatto abolito le differenze. Le ha anzi realizzate concretamente. Se si andasse a trovare una SS e gli si mostrasse Jacques, gli si potrebbe dire: « Guardatelo, voi avete ridotto quest’uomo giallastro e marcio, quello che deve assomigliare di più a ciò che voi pensate egli debba essere naturalmente: un rifiuto, un relitto e ci siete riusciti. Ebbene, noi vi diremo quello che dovrebbe annichilirvi se ” l’orrore ” potesse ammazzare: voi gli avete dato la possibilità di diventare l’uomo più completo, più sicuro delle sue possibilità, delle sue risorse, della sua coscienza e dell’importanza delle sue azioni; il più forte. Non perché gli infelici sono i più forti e nemmeno perché il tempo lavora per noi. Ma perché Jacques finirà di correre i rischi che voi gli fate correre, perché voi cesserete di esercitare il potere che esercitate e infine perché ci è già possibile dare una risposta alla domanda: se c’è mai stato un momento in cui avete vinto; con Jacques non avete vinto mai. Volevate che rubasse, non ha rubato. Volevate che leccasse il culo ai Kapò per poter mangiare, non l’ha fatto.
Volevate che ridesse mentre un Meister allungava colpi a un compagno, non ha riso. Volevate soprattutto portarlo a dubitare, a chiedersi se ci fosse una causa per cui valesse la pena di decomporsi cosi, non ha mai dubitato. Voi gioite davanti a questo rottame che a stento si tiene in piedi davanti ai vostri occhi, ma siete voi i derubati, i marci fino alle midolla. A voi si mostrano solo i foruncoli, le piaghe, i crani grigi, la lebbra e voi non credete che alla lebbra. Sprofondate sempre più, “Jawohl! Avevamo ragione, Jawohl, alles scheisse!” La vostra coscienza è tranquilla. “Avevamo ragione, basta guardarli”. Voi siete stati ingannati come nessuno lo è stato di più, e da noi che vi portiamo fino in fondo al vostro errore. Non vi disinganneremo siatene certi, vi si porterà fino al limite estremo della vostra enormità. Ci lasceremo condurre fino alla morte e voi vedrete solo vermi che crepano.
« Non aspettiamo la liberazione dei corpi e nemmeno la loro resurrezione per avere ragione; è adesso, che siamo vivi come dei rifiuti, che le nostre ragioni trionfano. (…) »

Robert Antelme

Introduzione di Alberto Cavaglion
Nota di Hermann Langbein
Traduzione di Ginetta Vittorini

Titolo originale L ‘espèce humaine
1957 Librairie Gallimard, Paris
1969 e 1997 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Prima edizione « Supercoralli» l 969
ISBN 88-06-12953-8

Corpi

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Escher, Relatività

Escher, Relatività

Sotto questa terra scorderemo i corpi
l’attenzione fragile dei ciechi
la distrazione insonne, le feste, le frasi e gli spaventi
l’iride sbiancata, il ridere insensato, la sete e la viltà
l’osare delle unghie e la tristezza
ché i corpi sono niente, al gelo come al sole
risacca fra le ossa, i corpi sono niente

Come restare, legare il fiato sospiro e poi cantarlo
indenne al duro amare
sui davanzali di spinosi gigli e di alberi cremisi.
Come trovare il cielo, l’impronta degli agnelli
e il manto celestiale, seduti accanto ai debiti bugiardi.
Come svegliare il passo, la tenebra e i profumi
i gesti e l’innocenza
strappati come fiori ai modi dell’inverno

L’incolumità delle cose, attese prosciugate all’indolore:
deserti, colline, nuraghi, coltelli
sciacalli, dirupi e mura antiche.
Invidia ai sassi, ai grappoli trebbiati
ai ceppi taciturni nei camini
e ai marmi senza carni e senza vermi
così prudentemente sordi al mietere del tempo

 

Uno scritto di Simone Weil – AUTOBIOGRAFIA SPIRITUALE

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Simone WeilDa leggere per cominciare. P.S. Questa lettera è spaventosamente lunga, ma siccome non richiede una risposta, tanto più che sarò senz’altro partita, avete anni davanti a voi, se vorrete conoscerne il contenuto. Tuttavia leggetela, un giorno o l’altro.
[da Marsiglia, 15 maggio circa]

Padre,
prima di partire voglio parlarvi ancora, forse per l’ultima volta, poiché penso che da laggiù vi manderò ogni tanto mie notizie soltanto per riceverne da voi.
Vi ho detto che avevo un debito immenso verso di voi. Cercherò di dirvi esattamente e onestamente in che cosa consiste. Penso che se voi poteste veramente comprendere la mia posizione spirituale, non provereste alcun dolore per non avermi condotta al battesimo. Ma non so se ciò vi sarà possibile.
Voi non mi avete portato né l’ispirazione cristiana né il Cristo; infatti, quando vi ho incontrato questo non rimaneva più da fare: era fatto, e senza alcun intervento umano. Se così non fosse stato, se già non fossi stata presa, non soltanto implicitamente ma coscientemente, voi non mi avreste dato nulla, io non avrei ricevuto nulla da voi. La mia amicizia per voi sarebbe stata, per me, un motivo per rifiutare il vostro messaggio; avrei avuto paura delle possibilità d’errore e d’illusione che l’influsso umano nel campo delle cose divine può implicare. Continua a leggere

Fino alle buone membra

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Verità, stagione amata
madre e figlia d’ogni grembo che ti segue
trascina queste voci oltre la nebbia
ignare d’esser state sventure nella bocca
poi privale dimesse del sollievo
e di ogni volontà
ché di noi sappiano di spini e di ginestre
di pani e di fucili, di albori e luci spente
piegandoci a rilento
fino alle buone membra della terra

Cade sempre l’inverno

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Passate muti quaggiù, col bavero negli occhi
e la coscienza persa in un bicchiere.
Questo paese è uno sgorgare d’acqua
cordiale come un cuore sulla brace.
Un crepitio di vento che vanga i cimiteri
offrendo al tempo i gambi delle ortiche

Le illusioni frammentano le ossa
e i corvi neri si beccano di spalle in questi anfratti
mostrandoci le impronte della gente
dissolte in fretta al suono di ogni bacio

conforterà la notte, la luna come benda
e i silenzi dei contadini stanchi
affolleranno i marmi fra i gerani
come se non fossero mai nati

I pianti questa gente li asciuga
solo altrove
chiedendo in lontananza quel perdono
che non è mai sincero

* Continua a leggere

La nuca come fossa

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aimageminet

La scoprii così, la morte
quell’ancella martire che ci siede accanto
con i denti incerti
un giorno che fu nulla o grido di preghiera

Cenere fra gli arti, la nuca come fossa
la revoca del tempo e la pretesa muta
per questo corpo che di noi si appropria
come se dovesse darci ragioni e volontà
con la spinta ardente delle dighe

La incrociai così, negli anni del perdono
e degli ulivi appesi, chinati alle pianure
nei giorni in cui il silenzio mi covava
sprangandomi lo sguardo e la parola

La vidi così, mia ospite fedele
davanti ad ogni strada
cordiale e pertinente come Dio
ovunque io guardassi
e ovunque una risposta si perdesse

a Edith

Edith Stein

Arrivò così la sera
come una caduta di foglie al frangere del vento
e niente m’impaurì
né il silenzio né la pace
né la strada smarrita sulla fronte

Quale schianto avrebbe potuto piegarmi
se la bocca benediva il fango
a ogni respiro
e tutte le pietà sembravano straniere
riflesse nella croce di mio padre

Arrivò così la sera, in un cercare di sguardi
col ticchettio dell’orologio come prova
di quell’attesa santa
deposta sulla sorte senza una preghiera

Marina Minet, a Edith Stein

POESIA/ Delle madri, Marina Minet

Silenzio tra due pensieri

delle madri, grafica interna, Fig.3# grafica interna, Roberto Matarazzo

Una poesia scelta tratta dall’ultima raccolta poetica della scrittrice sarda Marina Minet “Delle madri” (Edizioni L’Arca Felice 2015), illustrata con grafiche interne ed esterne da Roberto Matarazzo.

Di Madre

Di madre s’apprende il tatto
il timbro dei suoi fianchi
su perimetri al fiato dell’istinto
linee e curve
nutrite già di pianto
sfasando caos e accenti di frontiere

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