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1960s, Bocca Di Magra, Italy --- French Writer Marguerite Duras --- Image by © Collection Jean Mascolo/Sygma/Corbis

1960s, Bocca Di Magra, Italy — French Writer Marguerite Duras — Image by © Collection Jean Mascolo/Sygma/Corbis

Mare blu dovunque anche sotto i nostri occhi, niente onde ma una risacca infinitamente dolce, respiro di un sonno profondo. Gli altri hanno smesso di giocare, si sono sdraiati sopra gli asciugamani stesi sulla sabbia. Lui è alzato, è andato verso il mare. Anch’io son andata vicino all’acqua. L’ho guardato. Ha visto che lo guardavo. Strizzava gli occhi dietro le lenti e mi sorrideva, scuoteva appena la testa, come scherzasse. Sapevo che sapeva. Sapeva che a ogni ora del giorno io pensavo: “non è morto nel campo di concentramento”

(da “Il Dolore” di Marguerite Duras)

La specie umana, di Robert Antelme (frammento)

Non capite che è continuare la resistenza? Cosi rattristate tutti quanti, accidenti!
Quello che parla cosi, è lui pure divorato dalla fame. È alto e grosso, e le ossa sembrano bucargli la faccia.
Si chiama Jo. Un quarto di pagnotta e poi niente altro che brodaglia da mettere in quell’immenso stomaco. Sta divorando se stesso.
Appena arrivati qui, la maggior parte riusciva a pensare ad altro che non fosse la fame. Ormai siamo entrati in una specie di sonnambulismo. Una massa invecchiata spinta in avanti di tappa in tappa: dalla zuppa all’officina, dall’officina al pane, dal pane al pagliericcio. E sempre il crampo allo stomaco vuoto, le mascelle immobili, il peso delle proprie ossa. I denti restano bianchi. Pronto a mangiare quello che gli si dà, l’apparecchio resta legato e fermo, come la macchina vuota che non si muove più. Si slegherà solo morendo. Alla sera, prima di coricarsi, capita che un uomo si aggiri nei pressi della cucina. Nemmeno lui sa cosa aspetta. Va in cortile solo per essere più vicino alla cucina. Forse qualcuno uscirà, e il tipo in un momento di follia arriverà anche a chiedergli qualche cosa da mangiare. È naturale chiedere a un cuoco se non ha un pezzo di pane. Ma l’altro invece lo guarderà come si guarda un pazzo. Il grosso, il più sazio, colui che non ha fame, conosce tuttavia il valore del pane; sa cosa vale per l’affamato, e attribuisce al suo lo stesso valore; costa perciò e non è facile darne un pezzo. Cosi, colui che ha fame e chiede da mangiare a quello che di fame non ne ha, è un pazzo, visto che il cibo – anche se se ne è pieni e ci si lavora in mezzo – è raro e deve essere conquistato per « meriti» (anche laggiù, del resto, i soldi sono considerati da quelli che li hanno come « meritati »).
Se un Kapò uscendo dalla cucina vedrà l’uomo, gli chiederà cosa fa H. L’altro non risponderà. Nonostante tutto non ce la farà a dire al Kapò che ha fame. Il Kapò allora lo prenderà per il collo della giacca e lo spingerà nella chiesa dove, a testa bassa, il tipo si avvierà verso il suo pagliericcio. Non ci sono soluzioni.
Non è che soffra. No, nessun dolore. Solo il vuoto allo stomaco, in bocca, tra le mascelle che si aprono e chiudono sul niente, sull’aria che gli entra dentro.
I denti masticano aria e saliva. Il corpo è vuoto.
Solo aria in bocca, in pancia nelle gambe e nelle braccia che si svuotano.
Cerca un peso per lo stomaco, per mantenere il corpo attaccato al suolo;
cosi è troppo leggero per restarci.
Non dobbiamo fermarci davanti a questo muro. Non bisogna parlarne. La fame non è altro che uno dei tanti mezzi delle SS. Rivoltarcisi contro sarebbe vano, come buttarsi contro il filo spinato, il freddo. La fame deforma la faccia, fa sporgere gli occhi. Il viso di Jacques, lo studente di medicina, non è pili lo stesso che abbiamo conosciuto arrivando qui.
È incavato, tagliato da due rughe profonde, con un naso appuntito come quello dei morti. Nessuno a casa sua immagina le stranezze che questa faccia poteva occultare. Laggiù guardano sempre la stessa fotografia, che non è più di nessuno. I compagni dicono: – Non possono sapere, – e pensano agli innocenti di laggiù con i loro visi immutati che vivono in un mondo di abbondanza e solidità, con delle pene compiute, che ci sembrano anche quelle di un incredibile lusso.
Ci si trasforma. La faccia e il corpo vanno alla deriva, qui non esistono più né belli né brutti. Fra tre mesi, saremo ancora diversi e sempre meno ci distingueremo gli uni dagli altri. Tuttavia, ognuno di noi continuerà a conservare una sua sia pur vaga idea di individualità. E poiché qui non è possibile realizzarla minimamente questa individualità, ci si potrebbe qualche volta credere fuori dalla vita, in una specie di vacanza orribile. Eppure è una vita, la nostra vera vita, non ne abbiamo nessun’altra da vivere. Visto che è cosi, che milioni di uomini con i loro sistemi vogliono che cosi si viva e che altri l’accettino. Qui si compiono e si interrompono realmente i singoli destini. È ben questa l’ultima visione di quelli che muoiono qui; e già, è da questa vita che noi prendiamo tutto il materiale per pensare, non dall’altra, dalla « vera » . Bisogna dunque lottare, anche per non lasciarci coprire dall’anonimato, per non smettere di esigere da sé quello che non si pretende da un altro. Si scopre che anche noi possiamo lasciarci andare, come non ci sarebbe stato possibile immaginare prima. Jacques, che è prigioniero dal ’40, che ha il corpo pieno di foruncoli che marciscono, che non ha detto mai né mai dirà « sono stufo », che sa che se non cercherà di arrangiarsi per mangiare un po’ di più morirà prima della fine, che già cammina come un fantasma di ossa, che spaventa perfino i compagni (lo vediamo come l’immagine di quello che anche noi saremo presto), che non ha mai voluto né mai vorrà fare il minimo traffico con un Kapò per mangiare, che i Kapò e i medici odieranno sempre di più perché è sempre più magro e il suo sangue marcisce, Jacques è colui che nelle religioni verrebbe chiamato un santo. Ma laggiù non è un santo che aspettano, è Jacques il figlio, il fidanzato. Non sanno. Se ritornerà, avranno del rispetto per lui « per ciò che ha sofferto, per quello che tutti hanno sofferto ». Cercheranno di recuperarlo e di farne un marito.
Vi sono tipi invece che saranno rispettati laggiù, mentre a noi sono diventati odiosi, ancora più dei nostri peggiori nemici. Ma ci sono anche quelli dai quali non ci si aspettava niente, la cui esistenza laggiù era quella dell’uomo senza storia, mentre qui si sono dimostrati eroici. È qui che avremo conosciuto la stimabilità più assoluta e il più definitivo disprezzo.
L’amore dell’uomo e l’orrore per lui, nella pili totale certezza che mai sia stata possibile altrove.
Le SS che ci confondono non riusciranno mai a fare in modo che noi ci si confonda. Non possono impedirci di scegliere. Qui, anzi, la necessità di scegliere è senza misura accresciuta e costante. Più ci si trasforma, più ci si allontana da laggiù, più la SS ci pensa ridotti a una indistinzione, a una irresponsabilità di cui noi mostriamo l’apparenza incontestabile; più la nostra comunità contiene di fatto delle distinzioni, più queste diventano rigorose. Il prigioniero dei campi non ha affatto abolito le differenze. Le ha anzi realizzate concretamente. Se si andasse a trovare una SS e gli si mostrasse Jacques, gli si potrebbe dire: « Guardatelo, voi avete ridotto quest’uomo giallastro e marcio, quello che deve assomigliare di più a ciò che voi pensate egli debba essere naturalmente: un rifiuto, un relitto e ci siete riusciti. Ebbene, noi vi diremo quello che dovrebbe annichilirvi se ” l’orrore ” potesse ammazzare: voi gli avete dato la possibilità di diventare l’uomo più completo, più sicuro delle sue possibilità, delle sue risorse, della sua coscienza e dell’importanza delle sue azioni; il più forte. Non perché gli infelici sono i più forti e nemmeno perché il tempo lavora per noi. Ma perché Jacques finirà di correre i rischi che voi gli fate correre, perché voi cesserete di esercitare il potere che esercitate e infine perché ci è già possibile dare una risposta alla domanda: se c’è mai stato un momento in cui avete vinto; con Jacques non avete vinto mai. Volevate che rubasse, non ha rubato. Volevate che leccasse il culo ai Kapò per poter mangiare, non l’ha fatto.
Volevate che ridesse mentre un Meister allungava colpi a un compagno, non ha riso. Volevate soprattutto portarlo a dubitare, a chiedersi se ci fosse una causa per cui valesse la pena di decomporsi cosi, non ha mai dubitato. Voi gioite davanti a questo rottame che a stento si tiene in piedi davanti ai vostri occhi, ma siete voi i derubati, i marci fino alle midolla. A voi si mostrano solo i foruncoli, le piaghe, i crani grigi, la lebbra e voi non credete che alla lebbra. Sprofondate sempre più, “Jawohl! Avevamo ragione, Jawohl, alles scheisse!” La vostra coscienza è tranquilla. “Avevamo ragione, basta guardarli”. Voi siete stati ingannati come nessuno lo è stato di più, e da noi che vi portiamo fino in fondo al vostro errore. Non vi disinganneremo siatene certi, vi si porterà fino al limite estremo della vostra enormità. Ci lasceremo condurre fino alla morte e voi vedrete solo vermi che crepano.
« Non aspettiamo la liberazione dei corpi e nemmeno la loro resurrezione per avere ragione; è adesso, che siamo vivi come dei rifiuti, che le nostre ragioni trionfano. (…) »

Robert Antelme

Introduzione di Alberto Cavaglion
Nota di Hermann Langbein
Traduzione di Ginetta Vittorini

Titolo originale L ‘espèce humaine
1957 Librairie Gallimard, Paris
1969 e 1997 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Prima edizione « Supercoralli» l 969
ISBN 88-06-12953-8

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