Il pasto di legno (genesi)

sculptures by Regardt van der Meulen

sculptures by Regardt van der Meulen

[Fra le spire di un nodo sbrogliato
Legno da intagliare]

(Alice non ha fame.
Unghie lacrimano carne viva.
Capro espiatorio
Di specchi fantasma,
Rabbia le muore
Fra costole scontente)

È di carne che sei avvolta.
Lo ripeti all’infinito
In consapevole visione
Di cieli rannuvolati sotto sabbie mobili –
Parlando con te stessa
Dopo aver finito l’ennesimo pasto di legno:
L’equivalenza della tua nuova abitazione

Chissà, perché,
Quando fissi lo specchio
Hai la sensazione di squartarti il ventre.
Te lo chiedi
E decidi che è meglio così.
Ancora una volta
Lo infrangi in mille pezzi.

Rinnegandoti.
Madre e figlia delle tue opinioni.
E niente bussa a voltarti alla meta
Neanche un Re che al bacio ozioso
Si defilerà al rigetto

Le tue idee:
Sale su labbra arse.
Ci sprofondi
Mentre gli occhi – fissi –
Alla base delle caviglie
Seccano un rosario di sale annacquato.
– Pasto che genera pasto
Conservando abiti per stagioni immaginarie –

(L’illusione quando nasce
Compera sicurezza
E s’ingozza d’occhi attenti a ogni cambiamento)

Ieri – era l’istante in profusione;
Mare:
Levità in ricalco a rotazione.
Com’era la metamorfosi iniziale.
Il blu opalino che nelle orme già ti concepiva al peso.
E la marea…
Che ne è stato di quella carestia.

E delle foci ingorde allattate al vento
Bilanciate nei silenzi.
E della premura per l’instabilità inclinata
Al punto fisso in mulinello.
Che ne è stato poi…
Già ti coordinava nel disgusto.
– Ed era solo magnificenza relativa –

L’evolversi era intenzione
Come il pallore del ventre
Sotto l’assedio del sole.
Ed era malinteso l’assenza nei fondali
Spingendoti senza trainare
Lo schiaffo del mestruo digerito male.

E il mare deglutì l’ascesa
Cullato all’impotenza prima
Del sipario
Nell’epoca ignara all’indulgenza.
La fenditura eclisse era casuale
Come l’espressione
Dello zigomo invasore degli adulti –
Un’imbastitura sul corpo:
Lo sguardo.

Una sequenza di piattole
cominciò a impossessarsi delle tue difese

“Mamma, pensi che io sia bella?”
“Certo. Sei la bambina più bella del mondo”
“Mamma, non sono più una bambina.
Lo dici per farmi piacere. Lo so”
“Per me – resterai sempre la più bella del mondo”

Sei il mare della sera, Alice.
Addormenti luci al crepuscolo e adorni albe nitide.

“Ragazzi – indovinate chi arriva da occuparci il muretto. Alice!
Avete mai visto un cocomero? Alice!
Eccolo – credo che stia arrivando”

[E il sole fuggì a inquinare.
Il primo veleno le recise i polsi in una verità manipolata e
Sangue a fiotti Perse annata buona]

(Il guardiano della grazia è ghiotto di soffitti immobili.
Tu ad accontentarlo
Osservi;
Trattieni lo sguardo
Tenendoti stretta
Agli angoli perimetrali degli inganni)

Alice, odiava schemi e procreatori.
Le regole,
La moda
E l’instabilità.
Alice, assegnava un nome a tutto
E divenne ventre immaginario d’ideali:

/ Fecondiamo pensieri come allievi –
Sempre pronti a istruire imperfezioni.
Tutto questo senso d’addobbo
che accavalla gambe fra un traguardo e l’altro
vomita consensi e parole a ripetizione.
Passerelle consumate da tacchi ansiosi hanno invaso le menti
portandole a spasso con la certezza di farne carne gemella.
Cloni sottobraccio a cloni impastano labbra col cemento
per fissarne la gioia nell’evenienza di una mancata cortesia.
Ogni figura osserva.
Somiglia alla reincarnazione di Dio.
“Alice, usciamo questa sera?”
Ogni strada è stessa all’altra.
Bocche dilatate su manichini rivestiti a nuovo.
Etichette – appese ai loro colli:
Indirizzi.
Nell’attesa di un recapito
da modificare per troppa introspezione –
Le sere che vuoi divorare il mondo
si perdono negli angoli di una beatificazione ai piedi di Venere /

Alice osserva.
Stordita.
Il riflesso ondeggia.
Piange lo specchio del suo non essere
Nel vederla assorta
Con la speranza di modificarsi in mare.
Eroina colma in assolo accondisceso
Per non essere polpa;
Carne meditata al trancio In revisione

La pubblicità è un dente conficcato nei rituali.
Alice,
Lo scoprì con un telecomando
Convalidato fra mani sudate
E murandosi specchio
Decise che doveva morire.

Guardarti è varcare un confine.
L’altra te
Annegandoci è rimasta lì –
Plasmando un richiamo
Che abbandonarlo è svanire.
Ripudiare respiro.

Hai visto il tuo corpo dentro un bicchiere
E ti sei amata
Come nessuno mai
Amerà figura astratta.
Venere in venerazione di filigrana.
Composta. Ideale.
Come un’ombra che gela sole all’equatore
Hai rubato la tua vita
Arginandola di virgole
Nell’attesa di punti fissi.

Ed era quindi benda
L’illusione d’eclissarsi in redenzione?

(Osservi carne da cancellare
Riflessi distorti
Trapiantati in specchi padroni.
Aspetti estrema unzione
In rinascita d’occhi compiaciuti
Da lineamenti sottili
Stampati in fondi di bottiglia
Mai abbastanza cavi)

(Abiti una marionetta sdentata
Cucita a doppio filo trasparente.
Ammaestrata a riempirsi spazi vuoti
Scioglie grassi in conati obbligati.
Il letto sprofonda:
Cassonetto ingrassato
D’immondizia precoce)

A volte ti domandi se ancora occupi un corpo.
Ingannandolo con un pasto di legno
Travasato da bocconi sfamati.
Senza onorarne sapore li hai congiunti a capelli radi;
Cosa sola in ecosistema.
Trascrizioni su agende sincronizzate:
Appuntamenti –
Digiuni.
E non sei più rinata
Per un gesto arrancato
Fra le pagine di un diario inesistente;
Interrotto
Su diapositive
A fissare papille gustative
Situate in punti non confacenti
A quella parte di te che ancora chiami
– Ragione –

Alice era esistenza.
Sfiorava le stagioni
Conservandone peregrinare
Negli angoli di una bocca sempre arcuata.
E il vento era complice
Di un battito sempre pronto allo stupore
Conservando nell’immortalità del suo passare
Odori cosparsi d’avvenire

Alice,
Vento taciuto.
Quando Tutto era raffermo
Soffiava fra le dita e nutriva firmamenti;
È stato un attimo.
Hai voltato il viso
Soffiando controvento –
Perdendoti.

(Hai sfidato la falce
Amandola
E lei verrà a mutarti in niente.
Ali virate, fra mani colme di vuoti
Saranno linfe –
Unguento in ultima fatica
– Accovacciate ai tuoi perché
In un momento inatteso –
Slacciando scarpe divenute cartapesta)

Hai la trasparenza di una zanzara in cerca di vittime.
Tu, lo sei.
Si può essere olocausto di se stessi?
Martire di un procedere lento che attanaglia corpi invisibili.
Estinguendo un cuore che batte fra seni scoscesi
Inariditi da desideri solubili
Resi orfani prima di svezzarli.
E un grido rinasce in brevi istanti d’abbandono al reale.
Cerchi sentenza
Domandandoti il perché;
E risposta non c’è:
Non si può sfamare un corpo già sazio

Paffutella.
Un vezzeggiativo da portare dietro –
al guinzaglio. Slavato.
Stritolato scalfittura al passo.
Un cucciolo ammaestrato
Da padroni amanti di vacanze prolungate.
Ci pensi:
Le viscere si rintanano in fondo all’angolo del water –
Affogandoci rabbia fra conati indisturbati
Specchiandoti al fondale
Ti sputi fino a non vederti più

– Sembra surreale saperti oltre una finestra senza tendine.
Vederti pausa dentro la stanza adorna di castigo.
Solo vitamine. Lenzuola bianche.
Squadrate.
Perfette.
Nessun bordo sgualcito che ne riveli vita;
Riservate a una lavatrice assetata di odori.

Solo flashback da avvitare in superficie.
Sporgenze d’ossa inermi.
Vecchi timbri.
Ricordi come francobolli
Diverranno album sbiaditi e mai sfogliati.

(A renderci immortali, hanno bisogno di carezze sedentarie.
Tu – Non ti sei mai amata veramente)

(Alice, guarda il cielo
Cercando d’afferrare il vento di nascosto;
E lui a sorriderle
Inventa
L’impossibile)

 

2003
Tratto dalla raccolta, Il pasto di legno.

 

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