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Non c’è nube che allontani dal tuo cielo
da questa manna acerba, celeste
dalla migrazione di luce
che la tua tunica sorregge
per la mietitura buona dell’Eterno

Contempli le ferite ad ogni sforzo
perché nessun gesto sia incompiuto
prigioniero di un volere temporaneo
che a tarda sera, chiuse le palpebre
sfiata nei cipressi

Quante croci ti hanno innalzato l’ombra
festosa fra i chiodi sbocciati dall’inverno
e i passeri a sorvegliare il grano sono sacri
sotto la pioggia che inferocisce il fango
per tutto il tempo che i sandali s’inoltrano pazienti

Sei soglia di un altrove senza imbrogli
impronta in un cammino che a stento tira i carri
lucerna per libertà murate
e canti ovunque il poema del bisogno
come se il sospiro d’ogni attesa fosse tuo

E noi che bestie siamo a urlare la pietà
offesi come ceri davanti ai crisantemi
preghiamo che la terra dia i suoi frutti
e mai sappiamo le zolle prosciugate degli altri.
Noi che diamo il perdono a giorni alterni
fuggendo alle condanne come ladri

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