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Jarek Puczel

Jarek Puczel

Vivo continuamente sedotta
dalla materialità astratta.
Dall’odore delle cose senza forma.
Dai colori senza tono.
Ammiro l’apparenza delle cose
nella loro inclinazione indi-mostrata.
Seguo ombre sconosciute
per osservare cellule nascoste
che mai
vorranno niente in cambio

Sono una stesura bendata
su involti di carta famelici.
Una tavola im-bandita
nell’attesa perenne
di pietanze nuove

(Potrei digiunare mesi
se solo m’intrecciassero strette
una ghirlanda di parole certe
intorno al collo)

Il giorno della mia venuta
l’annunciazione dell’angelo
fu internata dal silenzio.
Le parole mi furono sfoltite
nello scomporre esempi.
Mia madre esaminava tutto con cura maniacale.
Eccetto me

Leggevo nelle sue labbra
una reticente partitura in screening
ogni qualvolta
allontanava gli occhi
dal mio mutismo che non conosceva pena
mentre cercava con-vocazione
l’ultima considerazione
cominciava a schiarirsi la voce
con la soddisfazione del riscatto
già adombrato di rivalsa

Se non fosse per in-coscienza
questa carestia di parole
sarebbe stata saziata.
La bocca ora
non sentirebbe la sapidità dei fogli bianchi

Dimmi.
hai sentito odori, mentre la notte
depredava sogni fra le tue bontà?
Aspettavo soste numerando stelle.
Una per una
tessendole su capelli irreali
e non finivano mai
non finivano mai
non finivano mai.
Il sole le divorava tutte.
Poi
l’altra notte era così lontana…

Io racchiudo il colore della notte.
Ne percepisco l’apparente beatitudine
quando le mani cominciano a sminuzzare
il senso d’impotenza che porto a spasso
dal giorno che sciupai la voce
dentro una stella noiosa

Le finzioni sono redenzioni
quando la salvezza è l’inconsistenza dell’attimo

Ero Recita.
Intonavo poesie stonate cercandoti lo sguardo
e nell’osservarti
vedevo screziature di luna.
il calamaio mi dormiva accanto
trasformandomi preghiera
sull’altare delle insicurezze

Mi sentivo dramma
se stendevo orazioni senza mani giunte.
La religione era l’alibi
delle stagioni fredde.
La debolezza premiata
quando nell’avvolgerci le mani
l’una all’altra
scomponeva sorti
giocando a nascondino con gli esempi

Non è valso il gelo sulle idee
non è valso chinarmi per scrollarlo
sei rimasta qui
affinché queste preghiere fossero senso
Vivisezionavi le mie labbra dietro scenari autunnali
dove le foglie facevano parte d’alberi
crudelmente assassinati da inverni
che non conoscevano la porpora

Io creavo nei sogni
rivestivo rami spogli.
Le foglie
furono l’urlo assente
quando l’alito del vento mi attraversò
offrendomi potature su nozioni marginali
con la muta considerazione
del minimo penare

Individuavo mastice per vetri neri
dietro primavere moleste
dove le piogge trafiggevano l’asfalto
lasciandosi morire
con la prospettiva del ritorno.
In ogni stagione
alloggia un frammento di ciò che eri
eppure non sei più tornata

Volevo nutrirmi di clorofilla
a rilento
in-costante collisione
sino a incarnare il sorriso della morte
per gocciolarmi sul mento
il suo desiderio ossessivo
che mi avrebbe ideato figura eterna

Mangiare paure per poi rincorrerle
quando i polmoni schiudendo gole
avrebbero gridato un’esistenza senza nome

I movimenti nascosti hanno le chiavi
che l’infanzia sogna sotto i cuscini.
Osservavo le auto sfrecciare
a velocità delirante.
Fotogrammi.
Mille fotogrammi che si rincorrevano
divenendo cosa sola.
Corpo scandito a istanti

Mai niente plasmai fra le mani
per spalancare quel muro
che non ebbi il coraggio d’imbrattare
quando la limpidezza s’intonava
con la compostezza dei colori collocati
nel mio astuccio perennemente ordinato

Accomodato alla futura potatura di parole

Le cerniere fiutavano sguardi attenti
ai cambi di stagione
e le lacrime arando le incanalature
partorirono l’ossido
che stagionò la mia cecità fino a farne tatto

(Il tatto che ha raccontato
la genesi dei nostri silenzi.
L’espiazione delle veneri sommerse
nei fondali della meticolosità)

Viviamo con l’ordine che tormenta
le cose ogni istante.
Diamo lista a tutto.
Spese rielaborate in contegni da ritoccare.
Sostenimenti obbligati
con la credulità del se.
A Natale
l’incenso inamiderà ogni braccio teso
fino a condurlo all’altare
che ne farà pasto da ingoiare
con l’indulgenza
dell’assoluzione da circostanza

Celebriamo l’appariscenza d’istanti
da rilegare in album digitali.
Numeri.
Codifiche assillanti.
Simbiosi accomunate.
Corpi completi.
Adeguati.

Tempi.
Rinvii.
Accordi.
Consensi.
Intervalli sistemati a metodo
da disciplinare con orologi
sempre all’erta fra le tasche

Marina Minet, 9 settembre 2004

 

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