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Oriana Fallaci

Oriana Fallaci

C’era una volta una bambina a cui piaceva la cioccolata.
Però più le piaceva, meno ne mangiava. E sai perché?
Perché un tempo ne aveva mangiata quanta volesse. Il tempo in cui abitava in una casa piena di cielo che entrava dalle finestre. Ma un giorno s’era svegliata in una casa senza cielo. Dalle finestre, poste quasi al soffitto e protette da una grata, si vedevano soltanto piedi che andavano su e giù.
Si vedevano anche cani, e lì per lì era un piacere, perché i cani si vedevano interi: fino alla testa. Però subito dopo alzavano la zampa e facevano pipì sulla grata, mentre la mamma della bambina piangeva: “Questo no, questo no!”.
La sua mamma piangeva sempre, del resto, anche quando si rivolgeva al pancione che le tirava il grembiule, e parlava a qualcuno chiuso lì dentro dicendogli: “Non avresti potuto scegliere momento peggiore!”
Al che il babbo incominciava a tossire, nel letto, una tosse che lo lasciava come morto. Il babbo stava a letto anche di giorno, col viso giallo e gli occhi lucidi.
Tristi. Secondo i calcoli della bambine, la fine della cioccolata aveva coinciso con la malattia del babbo, e il trasloco in quella casa senza cielo e senza gioia. Insomma, con la mancanza di soldi.
Per trovare i soldi, la mamma della bambina andava a pulire la casa di una bella signora cui dava del tu e che le dava del tu. Era costei una zia ricca, che cambiava sempre vestito. Si diceva perfino che avesse una borsa per ogni vestito, e un paio di scarpe per ogni borsa. La sua casa era sul fiume, e dalle finestre entrava tutto il cielo della città. Ma la bella signora non era contenta lo stesso.
Si lamentava sempre: perché un cappello non le stava bene, o perché il suo gatto starnutiva, o perché la sua cameriera era andata da un mese in campagna e non accennava a tornare. La mamma della bambina, dunque, sostituiva la cameriera screanzata: tutti i giorni dalle nove all’una. Lasciava il marito soltanto per questo, e portava la bambina con sé, sostenendo che prendere aria le faceva meglio che restare accanto a un uomo coi polmoni bucati.
Ce la portava a piedi, in un lungo viaggio attraverso strade che non finivano mai. Camminando si chiedeva quali infelicità avrebbe ascoltato stavolta dalla bella signora, e prima di suonare il campanello, mormorava a se stessa: “Coraggio!”.
Al suono del campanello rispondeva una voce strascicata, poi un passo ancor più strascicato, e la porta si apriva su una vestaglia lunga fino ai piedi: ora bianca, ora rosa, ora azzurra. Entravano calpestando tappeti, la mamma della bambina posava la bambina su uno sgabello: quasi fosse un pacco. Le raccomandava di stare ferma, zitta, di non disturbare, e poi spariva in cucina a lavare i piatti.
La bella signora invece si adagiava su un divano, a leggere il giornale e a fumare col bocchino. Chiaramente non aveva altro da fare.
E la bambina non capiva il motivo per cui essa non si lavasse i piatti da sé, invece di farli lavare alla mamma che aveva il pancione.
Quel mattino la bella signora si lamentava per una faccenda di soldi.
“Capisci!” ripeteva “solo quella cifra vuol darmi.”
E quando la mamma della bambina rispose: “con quella cifra mi sentirei una principessa”, si arrabbiò.
Disse: “A me bastano appena per il taxi. Non vorrai mica paragonarti con me!”
La mamma della bambina arrossì, e con la scusa di spolverare il tappeto, si inginocchiò per terra abbassando il viso. La bambina sentì come un pizzicare alla gola. E stava per scioglier le lacrime che le bruciavano gli occhi quando la sua attenzione fu rapita da alcuni oggetti d’oro che luccicavano al sole: una bomboniera di vetro, colma di gianduiotti. Però non gianduiotti normali: gianduiotti grandi due volte, tre volte, quelli che s’era abituata a mangiare nei giorni remoti della casa col cielo. Infatti, di colpo, il pizzicare alla gola scomparve e al suo posto si formò un liquido che aveva il sapore della cioccolata.
La mamma se ne accorse. La fulminò con uno sguardo per avvertirla: se chiedi qualcosa, te ne pentirai! La bambina capì e si mise a fissare il soffitto con dignità.
Stava fissando il soffitto quando la bella signora si alzò e con aria annoiata andò sul balcone dove rimase ad accarezzarsi un polso. Il balcone si affacciava su un secondo balcone, più grande. E sul secondo balcone c’erano due bambini ricchi.
La bambina lo sapeva perché li aveva visti, una volta, e aveva capito che erano ricchi perché erano belli. La stessa bellezza della signora.
Sempre accarezzandosi il polso, questa li scorse. Sorrise, estasiata, si affacciò per chiamarli: “Bonjour, mes petits pigeons, ça va, aujourd’hui?”. E poi: “Attendez, attendez! Il y a quelque chose puor vous!”.
Rientrò in casa, prese la bomboniera di vetro, la scoperchiò, la portò sul balcone reggendola con delicatezza, cominciò a gettar gianduiotti di sotto. Li gettava e diceva: “Gianduiotti pour mes petits pigeons, gianduiotti per i miei piccioncini!”.
Ne gettò più di metà, tra uno scoppiettar di risate, infine posò di nuovo la bomboniera sul tavolo e tirò fuori un altro gianduiotto. Lo spogliò lentamente della sua carta d’oro, lo sollevò un attimo pensando chissacché, e se lo mangiò.
Mentre la bambina guardava. E’ da quel giorno che non posso mangiar cioccolata.
Se la mangio, vomito. Ma spero che la cioccolata ti piaccia, bambino, perché voglio comprartene tanta. Voglio coprirti di cioccolata, affinché tu la mangi per me, fino alla nausea, fino all’oblio di quell’ingiustizia che mi porto ancora addosso con il rancore. Conoscerai l’ingiustizia quanto la violenza: devo prepararti anche a questo. E non intendo l’ingiustizia di uccidere un pollo per mangiarlo, una vacca per scuoiarla, una donna per punirla: intendo l’ingiustizia che divide chi ha e chi non ha. L’ingiustizia che lascia questo veleno in bocca, mentre la madre incinta spolvera il tappeto altrui. Come si risolva un tale problema non lo so.
Tutti coloro che ci hanno provato, sono riusciti soltanto a sostituire chi spolverava il tappeto. In qualunque sistema tu nasca, qualunque ideologia, c’è sempre un tale che spolvera il tappeto di un altro, e c’è sempre una bambina umiliata da un desiderio di gianduiotti. Non troverai mai un sistema, mai un’ideologia che possa mutare il cuore degli uomini e cancellarne la malvagità.
Quando ti diranno: “da noi è diverso”, rispondigli: bugiardi.
Poi sfidali a dimostrarti che da loro non esistono cibi per ricchi e cibi per poveri, case per ricchi e case per poveri, stagioni per ricchi e stagioni per poveri.
L’inverno è una stagione da ricchi. Se sei ricco, il freddo diventa un gioco, perché ti compri la pelliccia e il riscaldamento. E vai a sciare. Se sei povero, invece, il freddo diventa una maledizione e impari a odiare perfino la bellezza di un paesaggio bianco sotto la neve. L’uguaglianza, bambino, esiste solo dove stai tu: come la libertà.
Nell’uovo e basta siamo tutti uguali. Ma è proprio il caso che tu venga a conoscere tali ingiustizie, tu che lì vivi senza servire nessuno?

Oriana Fallaci, da “Lettera ad un bambino mai nato”

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