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Ciò che non dimentico, è il tutt’uno d’ogni grembo.
I miei figli appena nati e i miracoli del cielo
Accostati nel confronto.
Le mie colpe appese al vero. Tutte quante,
Esiliate in fondo agli occhi
Come piante prosciugate

Ciò che non dimentico, è la gloria d’ogni gesto.
La fatica di mia madre e il suo cammino
Disegnati intorno ai fianchi
Quasi esempi di perdono

Ciò che non dimentico è lo sguardo di mio padre.
Le sue braccia stanche e fiere come aquile ferite
E la resa dei suoi occhi, ingabbiati dalla morte
In due spazi differenti

Ciò che non dimentico è l’assenza d’ogni santo.
La giustizia addormentata accanto ai sassi
Senza glorie né sconfitte
E le fughe sotto i passi dei vigliacchi

Ciò che non dimentico è l’inverno del pensiero.
Giacimenti di deserti raggrumati fra le vene
Dove il riso perde il volto
Tralasciando la speranza

Ciò che non dimentico, è la sera che rassetta:
Fossa e fonte d’impressioni coltivate in mezzo al petto
E stagione venerata.
La scalata delle stelle sul mio capo
Qual riverbero scoperto dolce unguento

Ciò che non dimentico, è la meta dell’amore.
Il suo albero diviso fra due frutti contrastanti:
Il corpo per i rossi
E il cuore per i bianchi
Mescolati dal giudizio che combina l’intelletto
Dopo secoli caduti al suo daffare

Ciò che non dimentico è la cura che ringrazio.
L’intenzione del domani come incognita promessa
E il tuo nome ripetuto come un salmo

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