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Vesto maschere in silenzio qualche volta
E in segreto spero il vero, le stagioni aperte al tempo,
Il fluire del mio sangue, gli occhi ostili all’avarizia,
Il bagliore della luna fra le gambe
E le poche verità come braci in fondo al mare

Mai sconfitto, il mio volto torna all’ombra
Poi caparbia batto il cuore, custodendolo sovrano
Riesumato in mezzo al petto.
Vena al corpo dell’incerto
Io mi sento la sostanza da associare
Né alle spine né ai bordelli,
Né al respiro indifferente che scavalca la pietà
Anche sopra le macerie

E quando torna il sole
Per destino
La pazienza è la mia farsa
E non parlo non lamento non impreco
Chino quasi le mie spalle al cospetto del dovere
Pur scansandomi delusa dalla folla
E dal vizio dei codardi

Ed è lì che mi compongo,
Le mie forze, la mia pelle,
Le mie guerre e le mie braccia,
Il mio credo rilegato come un libro
E lo scheletro incastrato fra le carni
Come un guanto disegnato.
Emigrante ovunque e sempre ricompongo ciò che resta
Esplorando la memoria fino ai denti
Per stanare le ferite uguali a ieri

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