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Se a poco a poco svanisce, è il cuore a volerlo
per il suo sfarsi indietro, vagando,
seppure larghe impronte
calpestino il suo sangue, edificato altrove.

Memorie sotto i passi, tramonti abbandonati,
la fiaba dell’attesa è la speranza
scontenta eppure andante,
caparbia nelle sere, che portano del cielo solo l’ombra
rischiara ovunque il nome.
Ha come un sogno addosso, indomito e incompreso
reclama come un figlio, il seno senza latte
e a prosciugarla vuota, la insulta,
vestendola di sete criminale.
Erano bruchi appesi i suoi domani
farfalle indefinite e ali sopra i marmi,
visioni a brandelli, cammini senza meta,
valanghe di crateri.
E se i silenzi potessero marcire
la luce la dissanguerebbe, ora,
per ritornarle il volto, estinto a metà
dove gli esordi conservano le spoglie.

Anche le querce oscillano, talvolta
reggendo per le foglie, la strage che riassume le stagioni,
loro, mai incapaci, ferite senza carni e indifferenti
come le pietre e gli astri.

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