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E se a volte c’inoltriamo
dove gli occhi non hanno mai stancato l’iride
è perché le ossa cominciano a vestirsi di ribrezzo
oltre la vacuità dell’essere che è simile all’assenza.
Il niente è il veleno che annoda la coscienza

Cos’è la pace, qual digiuno delle cose,
il silenzio senza tregua è un’altra morte
una fra le tante che i malori giurano del cielo
prosciugandoci agli specchi

Di quali sbagli potremo privarci, soccorrendoci la fede
se la strada dell’inferno ridisegna uguale il volto
ritornandolo al suo nome

E se stiamo fra le stanze di santi sfaccendati
la speranza è questo dubbio sofferente
che anzitempo non perdona
conciliando il colore dei capelli
sulla neve
quasi a cedere la gloria del maltempo

Adoratevi nel vizio, spezzate questo rimestare di campane
comprendetevi i difetti senza spettri
finché il buio toccherà la luce
di noi quasi all’infinito somiglianza
e il niente patirà chi siamo – liberandoci a rilento
dalla gratitudine dei servi

Al conservare del sole
congederemo le ali e le bestemmie, valutando le preghiere,
saranno ancora nostre le piaghe e le parole,
giusto il tempo di condurci veri
come quando, senza latte, piangevamo

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