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A te che porgo le campane
altro non devo
se non la pazienza dell’attesa.
In questo lievitare assiduo
prendo l’ora del buon senso
allestendo la capienza del silenzio.
Io che mai sono impazzito vanamente
volto la fiducia verso l’alternanza
e m’intrattengo allegro
trascinandomi il sorriso per dovere
come misera missione.
Vibra di riposi, di ragioni in avaria
avvelena l’iniziare del tuo passo e scorri
inerme dentro le pietanze
affinché io ti possa divorare.
È l’anarchia che muore,
il bagliore delle carni sopra l’ombra
glorie al sole.
L’inventiva del creato era il tuo nome
e il tuo nome è una vendemmia
che ora e ovunque pigerà l’amaro della sorte

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