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Con questo silenzio mi concedo
La morsa del pensiero e la fatica
Ignara fra le piaghe
D’iniziare il gergo dei feriti

Il bene è un patto sacro che tarda l’intenzione
Come il primo ridondare delle nubi
Che accantona la pioggia
Schiarendosi al rovescio
Presagi taciturni

Chissà com’è la meta degli ingenui
I piccoli martiri tralasciati
E il gusto della gioia
Sempre in vena
Tradita dal sorriso

Esprimo la formalità del cuore
Finendo in pasto al pianto
E mi conforta il vento
Gemello senza sangue e malinteso
Dove le pianure si colmano di spine

Giacché le confessioni includono il giudizio
Mordetevi all’ascolto soltanto la superbia
E il brutto dell’essenza che covate
Distesi in mezzo ai santi

Abbiate indifferenza se non guardo il cielo come ieri.
Le palpebre a misura ancheggiano la sera
Sperando dalle tenebre il riguardo
E l’ultima virtù
Spaesata in mezzo ai vivi

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