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non è stato il leone a sminuzzarmi
ma l’agile farfalla che ho curato
ferendomi le ali.
non è stata la tigre ad artigliarmi
ma il passero sincero
che canticchiava acerbo sopra il ramo.
non è stata la iena a divorarmi
né il misero avvoltoio sotto il sole
ma il labbro più gentile,
la posa che di notte stringo e aspetto
come la manna che mai vidi

e tu, luce sfiorita,
libertà,
non piangere il disprezzo che ora inseguo
il fiato è la mia balia e il mio deserto

il cesto inonda il pane
e non sa mai di me
sfumandomi nell’ombra
di me maceria in fasce
fortezza e adorazione

non è stato l’autunno a frantumarmi
né i primi fiori scelti
strappati dal buon vento
ma l’esile speranza.
non è stato il deserto a prosciugarmi
ma il timbro che ho ascoltato
costante come culla di richiamo.
non è stata la morte a spaventarmi
né il buio offerto padre alle mie ossa
ma il cielo senza nubi
preciso nel contorno suo colore
a lode d’ogni aurora

*

se fra le stelle c’è fermento
non è il bagliore che disfa il mio riposo
né il sole marginale di domani
inconsistente al tatto

queste presenze mute
in me non resteranno
murandomi le braccia lungo il viaggio

sarà la sete che veglierà finita
sfamata sotto l’ombra
con la preghiera del respiro accanto

manchi la sera stremata nell’assenza
se il vaso che straripa seccherà
scordando l’affluenza del tuo cuore
idoneo a debuttare l’immortale

era la vita ed è, il nesso che sublima le ragioni
l’odore delle carni ritrovate

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