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Hai scordato di assentarmi
Hai lasciato che l’odore mi fasciasse
Oscurandomi le ossa

Nasco larva dal tuo fiato
Porcellana a cocci e debito incostante
Come quando ero bambina
Con le labbra destinate allo stupore

Erano giorni quelli, gioia cieca e volontà
L’illusione che per nascita indossiamo
prima di capire
Che a marcire basta un uomo
Una spinta ripetuta – l’ossessione per le cose

Sono così fiorente, pianta e fossa di pianura
Nominata dall’ingorgo del silenzio
Reggo il mio grembo a sfamarti
Pregandomi al di là l’ultimo sguardo

La morte non ha angosce da trainare
Le sue ombre sono ferme con ritegno
E assopiscono l’orgoglio
Declinato tra le stelle

Il fantoccio che hai dipinto ha rughe sporche
Con l’impronta segue il varco che hai passato
Umiliandosi gli umori e le mancanze.
Il pensiero lo imprigiona
Gronda piaghe fra le labbra e non ha pause
Replicandosi al ricordo.
Promettigli l’assenza come culla
Deserti per frontiere e braccia estinte
Dimenticanza ovunque

(a tutte le donne violate)

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