Sono di me stessa la garante, mondo,
Ovunque verità per la frontiera ti canto il mio perdono
Seppellendo nel ventre la rabbia e tutte le sfortune.
Gloria a questa età tra le stazioni,
A questo terzo inferno mai bruciato
Che accoglie rose e fiele, privandoli di veci in carità.
Godete sere, alzate la mia lode rabbuiata e la pietà
Per non freddarmi i polsi nel rimpianto.
E voi, seme mia parte, sciacquatemi le ciglia fino all’alba,
In fondo si muore sempre, ci si risveglia altrove, profumati
Con l’indulgenza accanto e un po’ di quiete.
E allora le parole saranno solo un tonfo,
Un battito interrotto e nulla più da scongiurarsi morte.
Tolleratemi, vendete le mie rare dignità,
Il garbo e la follia che ancora covo
Per non offrire lo sconforto alle mie ossa.
Verrà il giorno in cui la pianta che ho in custodia si disseterà di me,
Di me bordello disertato da Dio in questa carne di fiumi tutta colpe.
Condannatemi, trovatemi una forca,
Pesatemi gli addii per vomitarmi sangue,
Ho spalle per la notte e denti buoni, votati alla pietà della speranza.
Cos’è quest’universo deformato,
Questo strato in chiaroscuro che ci prende senza cura,
Quasi a farci burattini, dita e vene inanimate,
Rovi e umori imbalsamati in corpo.
Danzate bambine, guardate il girotondo dell’ultimo pensiero
Beffando l’intervallo del sospiro, da voi l’amore e l’odio
Da voi l’eternità seccandomi lo sguardo.

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