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Lustrava amorevolmente le scarpe
In quel viavai di gelida attenzione
Di foglie in bordatura sulla strada
Di rara nobiltà

Sete e macello, pensavo,
Sete mai pietà,
Sete che a sfarsi sgorgava sante fruste
In gola o in linea al peso – scarso rilievo –
Era la cadenza che scarniva
Paziente come il tempo delle viti

E ora che l’inverno se n’è andato
Ancora lo contengo
Lattante nelle ossa
– Risucchia le visioni come ieri –
Zittito dal mio credo, madre sempre

Si nasce e poi si aspetta che muoia la viltà
E il tutto in penitenza rivela sull’altare un mai perdono
Neppure di cancrena
Ché l’odio non ha età né terra riversata da indorare

Siamo figli ladri, congiure di vecchiaia
Sfoltendoci la notte in grado al cielo
Per non temere il sole come l’ombra.
Per non murare sempre a occhi chiusi
La nostra sudditanza, grazia e colpa

Lustrava e poi rideva finché bastava a sé
Dovere blasonato e sterco in vanto
Le grandi braccia illese
Novizie affezionate
Pane e male

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