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È la follia che m’insegue
non è l’amore che mi costringe a essere.
La follia e il suo seguire mete astratte.
Inutili divagazioni senza durata né spessore.
È Una follia acerba, la mia,
finalizzata a sbriciolare qualsiasi vibrazione intensa
per allontanarmi di ciò che io chiamo semplicemente dolore.
Non parlavo di noi quando farneticavo
sommergendomi di chiodi al tuo cospetto.
Non parlavo di te; ingigantivo la follia
per assegnarmi finalmente un nome:
Sfortuna.
Sapessi quante lacrime ho invocato
e quanti candelabri hanno lacrimato insonnia
fino all’alba.
Eppure c’era sempre quiete a darmi luce,
lo schianto dell’aurora sul volto
a porgermi rimedio la parola speranza.
Non eri l’universo
ora lo so.
Ed io non ero l’estensione di quel sogno
che un tempo varcammo
scoprendoci immortali
con l’amara sorpresa a seguire
di saperci nubi alla mercé del tempo.
Vorrei guardare il mare senza ambizione
semplice e complessa di fronte al potere della marea
piccola e ingombrante senza questo cuore fragile
rivestito da costole fedeli.
C’è stato un tempo in cui amavo la sabbia.
Mi piaceva cospargerla d’impronte.
Adoravo lasciarmi alle spalle un ricordo,
un piccolo frammento d’anima senza ritegno,
scalza e impunita come lo sono le cose naturali:
la pioggia, il vento,
i serpenti
e le vallate disperse nell’obliqua percezione del non sé.
Cos’è dopotutto essere?
Il più mortale dei pericoli
e prima della morte ci strappa la vita di colpo,
crudele.
Sento le parole rincuorarmi e le indirizzo con cura benevola.
Fluiscono come una fonte quasi a dissetare il miraggio sbiadito
che innocentemente ti disegna ancora fra i miei giorni.
Fuggono e affondano con identica cautela
ricordandomi che sono e sarò.
Ora vorrei voltarmi,
contare i passi con noncuranza,
ma oggi è importante stabilirne il calco
per decifrare l’emotività dentro le ossa.
Per ogni passo un’impronta
e per ogni impronta un pozzo di follia.
La mia adorata follia.
E mentre continuo a parlare
mi rendo conto che non sei con me a coronarmi di logiche castranti
come quel giorno che volevo regalarti un pezzo di luna
per renderti inviolabile.
Non lamento gravità, no.
Non posso pretendere lodi e prigioni
contemporaneamente.
I sentimenti negano la caparbietà del destino
sebbene sia già scritto e sepolto
dove non arriveremo mai per variarlo.
È una questione di vizi a rotazione.
Di speranza ignorante.
Di stagioni a perdere e di scadenze a tornare
miseramente incerte.
L’assoluto non è mai stato fra le mie braccia.
L’assoluto è un gioco d’istanti minati in assolo.
Una visione irrisolta
in cui fermentare un credo sterile o vissuto malamente
grazie alla carità del caso.
È la follia che m’insegue
non è l’amore che mi costringe a essere.
Davvero credi che vaneggerei per te?
Davvero pensi che la mia bontà sia così cieca e incapace?
Sapevo già tutto.
Sapevo che le tue mani avrebbero lasciato la presa
per debellare l’obbligo imposto dalla pluralità perenne.
Sapevo che la mia presenza era solo una piccola guerra
da considerare reduce già prima di condurla al fronte.
Un profumo esalato all’ombra
con la stessa discrezione del tramonto.
E per questo sono stata prudente
e ho misurato l’eden che, sfiorandoti,
mi scorreva fra le mani.
Ho ridotto persino i pensieri
avvolgendoli all’infinito inesistente che mi veste da sempre.
Perché tutto ha un termine,
un compito finale altrove,
un compenso ennesimo da bruciare al risveglio.
Siamo fatti di risvegli, amore,
e il cielo di luce in buio ne procura ovunque troppi
per distruggerci con le stesse prospettive tragiche di un uragano.
Abito la follia, amore mio.
Ne controllo ogni istante l’evoluzione per dimenticarmi.
Non potrei vivere senza l’indecisione dei suoi tentacoli
avidamente materni.
Un tempo m’intimidiva.
La guardavo estranea pur stringendola in grembo
come una figlia da allattare all’occorrenza.
Un destino parallelo da afferrare prima del naufragio.
Poi, è arrivato l’amore. Tu.
Ed è lì che l’ho capita, difesa, curata, programmata,
scarcerata e venerata.
La follia è un dubbio confortante e una lacerazione indolore.
La follia è l’estensione del sentimento selvaggio
friabile e incompleto.
L’amore non può competere.
La passione che incarni è una cometa a picco già scheggiata.
È la follia che m’insegue,
non è l’amore che mi costringe a essere.
Potrei coprirmi di sabbia.
Superare il deserto per arrivare al mare che non conserva impronte.
Non posso.
La follia m’insegue e mi pretende alleviando tormenti e foglie al vento.
Forse un giorno riuscirò a scacciarla per consegnarla al cielo agonizzante.
Domerò l’antica convinzione della sua salvezza declamata
e saprò dimenticarti senza morire.

(2010)

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