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rifiuto l’umiltà davanti alla mia tomba
rifiuto la rinuncia perché non so morire
e il tempo adesso è sete da scavare

urlate se volete,
ferite l’evidenza dei giorni andati a male
schiaritevi la voce dimenticando l’alba
e usate le preghiere per non spogliarvi mai
d’ingenua umanità

come acino ai tralci
come seme alla terra, come foglia d’inverno
io colgo quel perdono che non sapete dare
sentendomi frattura d’assente redenzione

morire sempre, morire perla, morire gente,
chi sono non concorda, perché non ero io
la trave sopra il tetto che dubbia mi fissava
mentre le pianure morivano per me
di fango e anche di pioggia, con frane temporali

altro non so, piantandomi le labbra
tremanti come l’ombra
ovunque uguali a me
in un terreno acerbo sudato dal destino

immensa carità lode al risveglio
amato mio giudizio lode al dissenso
dov’è il mio sangue folle
sbiancato in sacrificio

io incarno la mia grazia e non imploro cuori
per darmi l’importanza
né fuggo al mio massacro che in voi muore condanna
murandomi di latte e d’altre onnipresenze

eppure un solco resta, a odiare la speranza
un battito deriso nella nebbia
e qualche ostinazione arresa in gola
sfidando la pazienza

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