Sono nata troppe volte. La prima volta saggiai il respiro dentro i polmoni vergini e mia madre m’iniziò dolcemente le braccia, la seconda, sono nata dopo aver sentito l’odore della morte mille anni. Nessuno mi crede, neppure Dio che insistentemente continuo a chiamare come se le sue presenze fossero state esaudite. Oggi, guardando il sole potrei dire che la vita è buia ma la luce non smette mai di stupirmi né di deludermi. Non ricordo con esattezza la prima gioia ma il dolore antico che vidi sconfitta allinea i miei pensieri anche adesso. Non si dimentica il dolore. Non parlo del dolore di una grave ferita sanguinante o di quello indefinibile che nutre il parto. Il vero dolore non ha lividi né tagli da mostrare, s’insinua dentro le carni senza annunci e divora i silenzi in attesa. Per il suo nome conosco l’odore della pioggia sull’erba, il fruscio del vento addosso ai monti, la bellezza del mare in tempesta, lo sguardo inatteso dell’amore e tutti i sentieri estranei agli imbocchi di ritorno. Devo tanto al dolore, devo la vita stessa. Sono nata troppe volte, lo ripeto. Ho inalato tutte le mie nascite con rassegnazione ed entusiasmo, con la consapevolezza di chi sa che la morte può sventrare ovunque. Non possiedo le date delle mie venute al mondo in successione ma ne ricordo i dettagli importanti, anche se le rinascite si differenziano fra mille sfumature dovute al tempo e agli eventi. Il cerchio della vita è fatto d’istanti, di brividi istantanei sulla pelle come tante farfalle in procinto di volare. Se sono nata un’infinità di volte è chiaro come il cielo che sono morta altrettante volte, e quando ci penso non posso fare a meno di pensare alla morte e alla vita come due entità vicine e nemiche. La linearità delle loro divergenze costringe a scegliere istintivamente, senza nessuna volontà razionale. È una scelta la vita, a volte. Una strada impervia e scura, stretta al credo della speranza.   

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