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Sono morta ieri mentre coglievo le mie rose, e ora,

al tuo cospetto – cara morte –

devo dire di me,

dell’ultimo pensiero che la tua falce amputò senza pietà.

Mi hai rubato il fiato ieri e già invoco il respiro,

distesa fra terra e cielo a dividermi da un amore che ricordo.

Plasmami una vita,

offrimi la fluidità del sangue dei guerrieri.

Dammi uno spazio leggero

senza termini in vista d’aridità temprate.

Non posso abbandonare il suo volto,

gli zigomi all’ombra delle ciglia – lodate fra le dita.

Non razziarmi le labbra né gli occhi

perché in questi ho tremato indifesa

quando il mio amore diceva chi ero affidandomi al fuoco dei venti.

Ricambiai il sorriso

con il coraggio e la paura di fianco

perché m’insegnò l’importanza dell’essere

e l’ipotesi orrenda dei vermi che ti completano.

Non fu mia madre a partorirmi

né la sete di mille fortune,

fu quel sorriso a concepirmi e a tramutarmi lacrima

per la paura d’averlo lontano, nell’animo di un mantello straniero.

Sono morta ieri e ancora i denti battono dal freddo

nella pianura estesa fino all’orizzonte consumato.

Vorrei ricompormi,

profumare la traccia dei suoi passi,

volare a ridosso del tempo per rimpatriare gioia e dolore,

con il cuore avvolto di seta e una rosa in mano.

È il mio pensiero,

l’ultimo di ieri, pieno d’incertezza e nubi,

quando ancora non sapevo di odiarti

e la speranza sfiorava il tuo nome in capo alla tormenta

che ora vorrei.

E vorrei la luce che innalza l’aurora,

anche se la notte la uccide senza capirne il senso.

Morte infeconda,

fa che il mio nome

fiorisca pronunciato da tutte le stagioni

prima che il riposo disperda l’infinito della grazia che baciai.

Resterò intatta deridendo l’erba e il suo bruciare

e pregherò la pioggia senza tregue

per ararmi il cuore

annegando la viltà che mi condusse a te.

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