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L’eutanasia della parola

L’eutanasia della parola è lo spirito improvviso.
Una tela che dischiude l’altro incanto
Quello inoltre, vivo, e agli occhi da sperare

È il letargo della forma sequenziale.
Di un concetto già deciso
Meditato dall’insieme dei lamenti

È il pane che al lievito si nega
E indora lento, sorseggiato,
Ammantato fra i molari e le meningi
Con l’istinto a disgregarsi

È la scienza che non quadra
Contrapposta verso lutti di memoria
Dove il legno nasce pietra
E alle braci s’innamora lapidando

L’eutanasia della parola è la nebbia che conduce.
La perduta inclinazione che era feto
Senza meriti a venire da esibire
Con le labbra screpolate del sapere
Che nel troppo sfibra il cuore

Cosa dire a queste voci all’ombra smosse
Come foglie di cagione settembrina
Se la gola murano al respiro
E sanno d’ogni fame che ho curato
Prima ancora di saziare

È la notte da sciupare
Che deborda e innesca il flusso
Perdurando istanti a metri come cause da sbrogliare
Spoglie al nesso della sorte

Nel vero del mio credo
L’eutanasia della parola è il verbo rintanato
Svegliato all’eventuale
Che accerta la presenza
E sangue muore usuale

agosto 28, 2008

la costruzione analgesica del dolore

La costruzione analgesica del dolore
È la parola assente.
La libera espressione indotta pellegrina
Di nevi permanenti
Stanziando gelidi confini
Nell’io che ignaro s’accentua rilevanza;
La morbidezza del dire repentino

Ché non c’è disegno che possa circondarla
Né spintonarla muffa;
Statica e soppressa, come se ogni argomentazione
Fosse una spiga usuale,
Una di quelle sconfortate sotto il sole
Pronta a nutrire
Senza decorso che pesi a servirsi alfine

Cadono operanti, certe spighe,
Curve ma colme, tremanti ai fiumi inattesi,
Inesauribili;
Fronte per ogni squarciata
Consce di zanne, di bile abusata
Che ne faranno scaglia e nomina a lodarsi
Seppure massacrando
Con l’indole
Dei salici piangenti

2007

Fino ai disordini esiliati

 

Cercala la femmina che partorì tua madre.
Il taglio del profilo sperperato
Deserto siderale.
Il giglio impuro che inaugurò l’impulso
Spezzandosi il respiro come pane
Per farsi comunione e graffio leso.
Cercala invadente la croce senza sangue
Originaria di carni accese all’osso
Fino a sbriciolarti le credenze
Di giorni e chiodi e niente.

Cerca la femmina che non piantò la sabbia.
Che rinnegò le selci da assemblare.
Che lucida seguì le nebbie
E a farle cieche proseguì misura.
Confina la riva del passato
E addenta il mare del presente.
La sete che generò dal sale ogni languore
Caldo lodato spento
Fino alle pianure rase al nome.

Cerca la femmina che impallidì bagnata.
Recidi l’espressione congeniale ai fiori
Che nettare si muore
Vivendosi le labbra in sospensione.
Ribalta i rovi stesi fra le gambe
E al bando tutte le indecenze in serpe al cuore.
Come se la notte si perdonasse al sole – illuminata
E tutte le visioni venissero da lì
Scomunicando il buio
Fino ai disordini esiliati

Trovala affamata la femmina che incarni
Contando sopra il tavolo più tarli
E bocche in fila come dighe da arginare. 
Cerca la femmina che al seno nacque madre
Scordandosi le braccia nel cullare.
Cercala incessante
 Oltre i capelli bianchi inceneriti
Perle ai confini da azzerare.  
Mirala paziente foglia in conclusione
E ascoltala finita di parole
Prima d’affidarla al buio e consumarla.

Cerca la femmina che impoverì il costato.
Lo sguardo perso altrove in sogno al fieno sotto il fianco.
 Cerca quel vagito che sprigionò la luce
E impose in verticale la presenza
Parlandoti dei lutti da accettare.
Rovista le sfortune in coro e i ponti senza meta
Fino a ritornare a Dio
Per darti scelta 

30 ottobre 2008

Sono di me stessa

Sono di me stessa l’anima esteriore
E mi amo intensa
Come se mi fossi sposa
Oppure ossa e amabile carcassa.
E l’indole mi è pane
 Fame e ruvido languore

Sono di me stessa l’indice del tempo.
Il gesto attuato e quello che distanzio
Citandomi intervallo
E pausa alterna
Come se mi fossi vita
O sangue caldo in vena

Sono di me stessa la volontà precisa
E il polso che contempla.
Lo sguardo inflitto tomba agli avvoltoi
E il cuore mio lo adoro
Ferendolo scandendo al patimento
Come se mi fossi amante
E Babilonia sposa

Sono di me stessa il boia e la sentenza.
La presa stretta e quella che lasciai.
La voglia rivelata schiva e irriverente
E ancora del respiro la trazione
Mi cerco anche dormendo
Come se mi fossi madre senza amore

Sono di me stessa la difesa
 E pronti ho i denti alfieri
Crudeli ai limiti dei cieli
E per frenare l’ira io mi prego
E chiedo agli incisivi la pazienza
Come se mi fossi miele
Cariandoli carezza

Sono di me stessa il canto e il pianto vecchio.
L’artico silenzio e il chiasso sperperato.
La sera stanca e l’alba incatenata
al fianco delle notti rovesciate vespro
All’io padrone
E solo a Dio offrirò la mia cessione

Sono di me stessa il nome.
La voce e il grido dirompente
E ascolto mi venero in silenzio
Come se mi fossi figlia
E bibbia alla genesi dei venti
Liberati a echeggiare

1/7/08

Di salita

Sono stata cenere un giorno che ricordo;
Brandello esiliato nel silenzio
Oltre l’orizzonte rovesciato.
Ero un bisogno appena
Espressione in stasi fra le querce
E ogni confronto rinnegava l’alba

Il vento schivava quel torpore
Piantandolo inasprito
E mi adorava immobile
Come se fossi scoglio
Di sabbia inesistente
In quella continuità verbale muta al gesto

Non era grigio l’involucro del fronte
Né torbido il paesaggio in chiaroscuro
Sbiadito sfondo cieco in diagnosi d’umore.
Era l’inodore che feriva.
Il braccio rassegnato ad astenersi.
L’astratta successione d’ogni morsa
Che a notte ammorbidiva
La folle accettazione del respiro

Sfioravo i lineamenti vedendoli inconclusi.
Gli spigoli e le basi d’istanti imbalsamati.
E vuoto era quel nome
Inciso sopra il legno sospirato
I vermi sceglievano al pensiero
La storia causa stesa

Ho amato lì, rincorso il brivido impaurito
O forse, ho visto Dio
Sgorgando gli anni dei miei tralci:
Del pianto partorito fresca fonte
E assente ho presenziato al mio ritorno
Scoprendomi grondaia poi deserto

La cenere è l’unguento e l’abrasione
Del nulla che rimane da scontare
In sorte di ragione.
La voce che depuro piaga e benda
E ai tralci come spesa l’incorono
Memoria pane e trionfo di salita

agosto 15, 2008

 

Ricordi, altri

Ricordo un passo, dietro, e altri sparpagliati doverosi –
Se rivolgo l’imprudenza al verbo
Che vivo ogni istante nel tornare

Un vortice di coltri soleggiate
– Disperse con le spiagge dell’antichità perduta –
Copriva con l’arrivo il tempo intero
Fino al fieno da imboccare – raggelato

Un braccio forte e acuto, sostenuto,
Portato verso il cuore intimidito
Trainava la paura al polso fermo.
Un viottolo astringente
E maschere imprecise –
Scadenze risanate
Diradate in eco nel dire macellante

Cancelli arrugginiti ai bordi mai sfiorati
Brillavano nel centro l’impronta accomunata
Di mille volti puri e increduli a sprangare
Voltandosi alla fine lo sguardo sconsolato
Racchiuso faticoso
E porta da schermare

C’era una stanza, dopo, e altre in abbondanza,
Svestite e lamentose – nel darsi rassettate –
Al sodo impoverivano
Con suore acerbe, allontanate al credo.
E vedevano un principio
Nel nostro definire:
L’ignobile importanza incaricata

Ogni spazio accartocciato
Divenne gabbia a parte, nella notte;
Quadrato con i lati dimostrati,
Poligono tramato senza teste,
Percossa solidale e stretta rinnegata,
Zerbino da varcare scalze, per la veglia insonnolita
Che all’alba rabbuiata, rasente all’altro inferno
Ci scordava

Ricordo come un masso sotto il mento,
L’affondo sempre addosso
E i piedi sfaticati nel portarlo
febbraio 22, 2008

Finché la tenebra conforterà materna

Sarà la sera che sveglierà l’intuito
Così che sia poesia l’ortica ovunque
E l’enfasi del tempo a grazia di stermini
Avrà la ruga colta d’espressione
Lodandola finita

Sarà la sera con i rituali in seno
Che peserà la voce
E le colline stanche sotto i passi
Schiacciando l’imprudenza
Degli occhi senza sguardo

Sarà così – la certa introspezione.
La maschera adagiata sulla terra
 Liberata carne d’ossa
E annoderà le labbra dicendole compiute
Con le parole riposate fra le vene
E gli usignoli intorno da padroni
Così, per confermare
La genesi dei rovi sospirati

Sarà che la chiarezza è apprendersi stranieri
Fra mille ponti lunghi da violare
Con gli idoli fra i denti
 Tenuti lì a spronare l’esatta appartenenza
Che al termine urlerà
Cent’anime vissute

Sarà che le discese annunciano salite
E i legni numerati circondano passivi
Chi parte e poi chi muore
Salvando i crisantemi
Il poco d’inscenare le ceneri viventi

Oppure è che di sangue
Ancora
Il cuore si pronuncia
Pulsando nell’assolo il canto della vita
Cullando i girasoli
Finché la tenebra conforterà materna

20 gen. 09

Le ossa di Auschwitz

Le ossa a fiumi scivolano lente.
Dicono di chi, ininterrotte ad Auschwitz,
Accomunando pianti come poderi
Da coltivare al tempo

Gli odori tralasciano l’incenso, scordati,
Ingraziano la fossa come un battistero
E gli occhi nati palpebra vissuta
L’utile chimera che forse il cielo avrà

Dio che li ha prescelti, cosa vide
Lodandosi le anime in colata
Con l’indice dimesso
Al credo della morte

Che cosa disse, graziando denti e poi capelli.
Dei polsi come steli e della sorte
Già falce preannunciata
Salvezza di frontiera

I ladri in paradiso al gergo del mistero
Setacciano fra i chiodi
Chi madre o figlio o padre:
Le tristi appartenenze

Le ossa a fiumi scivolano stanche
E ammantano le croci
Fra i palmi immortalati
Memoria ancora un giorno

E Dio là nel passato
Parola conservata sotto il gelo
 2 marzo 09

Gennaio

Gennaio, caparbio fermento.
L’istante che nutri fa eco sopra i fuochi
Cordiale avanti e grugno dietro
Fra i ceppi condannati e i calli da giurare
Riporta la sembianza d’ogni scena
Lodandosi schizzato sulla tela – freddo proclamato

A chi le braccia piene fino all’ombra
Annunciano le culle da temprare
In questa fossa di gelo e di pudore
Che a notte brilla risuona febbre e ardore
Spegnendosi a buon grado l’abbondanza

Le cortecce disertano il presente:
Intatto in fronte a loro –
Il gesso del Cristo da ovattare
Per segregarlo in coro mito e acerba delusione
Di fedi srotolate sopra i tarli

I greggi con le serpi – amandosi preghiera
Vanificano a turno miniere di credenti.
Le sviste e poi gli esempi, le crune da mirare
Avvolgono passivi
Gli angeli costanti e le ali da incendiare

Gennaio lontano così – del non ricordo –
Aveva l’inespresso e patrie da sudare
Quando le voci miste scorrevano a fierezza
Ripopolando ai viali le bocche del lamento.
Farine romanzate e chiassi d’urto
Valevano la veglia offerta al sonno
Prima d’assordarsi impronta di memoria
Sul letto del grembo da fiutare

Così com’era allora – più non è tornato –
Gennaio gloria e pena – la nascita da accogliere cancrena.
Gli abeti in sepoltura sui gradini
E l’esodo di Dio riposto nervo e semina fidata
Da messe riverite senza falci
Protese -pane e lingua – scordate d’avventura

Gennaio così – del non ricordo –
Mai forse ha spento i lumi e gli indici dei sensi
Con le criniere a pezzi e i lacci aggrovigliati
Abbrustoliti corti e appesi oliati
prima delle luci traviate sulle nevi
Quando il tatto al bruno albore graffiava spirituale

Gennaio è tutto un grumo e il fine, l’esclusione.
da ieri a oggi, la destra e l’altra stretta – confortano gelate.
Di strada in cielo l’azzurro spiega il verbo
E l’anno schiera svelto l’altro inverno –
Zerbino impreparato e imperfezione:
Futuro da eternare prima dell’avvento

8 gennaio 09

Madri

Bisogna sentirle le madri per capirle.
Vederle all’inverso
Rapaci
Quando la sera le infrange prigione
E il mento alle sbarre s’innalza zittito

C’è che il senso del grembo è un cuore imbalsamato
Quando al buio la paura non ha nome.
E il seno, un ruvido binario.
Un viaggio tiepido che fredda all’esperienza
Se la meta è fame da scordare

Bisogna provarle le madri piagate;
Contarle le ciocche al perdono
Una alla volta indifese alle mani
E saperle autunnali
Oltre l’ombra del polso placato

Sono così alterni i momenti segnati certi al palmo
Eppure, s’infiltrano memoria all’ossessione;
La culla dondolando e un volto
Giurando, lo ricordo
Ed era cielo e difesa lo sguardo
Sospeso all’imbrunire infame

Il tempo è un rovo da curare
Stringendolo appuntito
Come se del sangue
Non conoscesse l’espressione
E d’ogni inizio sapesse la morte

Perché ora evado
Lasciandoti fiorita al seme perso.
Perché l’odore sia uguale appassito
E la terra, l’unione da arare

 giugno 01, 2008

Non ha mai sete il Mare

Non ha mai sete, il mare
Né fame o urgenze
Da urlare a menti sorde.
Impalpabile il brusio sull’orizzonte che mai manca
Si forma nota muta
A farmi emula d’immortalità salmastra.

Passi oltre
Mare ingrato.
Non volgi sguardo a squame
Se non per crearne lenze forti a nodi.
E di nodi ne ho sbrogliati a sale
Seguendomi striature nei palmi delle mani.
E ne ho insabbiati a dune che quanti non so più
Se accosto gli occhi a correnti rigirate
All’esodo d’intirizzite pesche.

Non ha mai sete il Mare

Indossandomi il tuo volto
Nell’infinita indifferenza che t’intona
Al fremito di un fiotto
Spengo uno scoglio
Cremandovi anamnesi.

Non ha mai rese, il mare
Né notti senza lune
Da ricucire a cieli spogli.
S’avventa ostile
Al pari di una croce
Su gesti tuffati a picco e ormeggio
E di fondali
Ne fa ossari al ristoro.

2004

Quando il vento secca addosso

Chissà se osserva la gente
Se conta le panchine vuote al parco
Le file ai caselli che annegano di smog
Allo stupore di un bambino immerso a scoprirsi le dita.

Chissà se riflette
Se delle ancore smaglia corde agli istanti distratti
In rituali inutili.
Ci si potrebbe ideare a pensarci
Contenerla tutta in voce per frugarne i profili
Le esigenze mancate
Quelle che disdicono i perché
Anche quando gli odori onorano le alghe.

Chissà se respira
Se imbroglia i colori dell’alba sorseggiando un dolore
Che a livellarlo ne serve sempre fisso un punto
– Conferma il cielo;
Un vertice dove ci si possa pentire
Per truccarsi coscienze se ispirano lese.

Chissà se è lusinga,
Occhio bendato in saldo alla costanza.
Se contenta le spalle cacciandosi sfavori
Quando il vento secca addosso
E irretisce palpebre per abbellirsi in pianto usuale.
Se lama ai rimorsi
Raschia impronte come carie
Fra risi accurati
Affilati
Mentre tutto scorre assolto.

2004

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