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Mi sono amata un istante.
Ho capito le ossa che sorreggo e approvato l’urgenza di redimerle.
Dovrei ucciderti lamento.
Tralasciare la logica castrante.
Debellarti da questo corpo incredulo alla gioia
e continuare la strada che m’indicherà il respiro.
Ora basterebbe il coraggio, un’altezza spezzata da un volo,
ma non so volare, e poi,
non mi piacerà girovagare incenerita
senza neppure la consapevolezza d’esserci stata
e di aver provato a ingrandire l’infinito.
Riuscirò a seccare il nervo che ti lega a me e sarà la cancrena a subirti,
dentro una croce smessa e un letargo assennato dal tempo.
Chi ti ha allevato? Chi ha limato gli artigli che impugni?
Abbracciavo tregue, ieri,
ne ascoltavo l’esordio e già ne zittivo l’inoltro:
pensavo alle colombe e alle troppe probabilità che le rendono mortali.
È che d’incertezza si muore, i passi tentennano sull’orlo dei burroni,
si precipita dentro il silenzio e le angosce non sono mai abbastanza.
Digiuno leggerezza, ecco,
come se dovessi incontrare Dio, ogni sera,
e ogni notte osservo la luna nostalgica e sembra quasi d’appartenerle
per tutte le stelle che assolve.
L’innocenza dell’acqua ravviva gli scogli e li consuma,
– con il sole a ponente –
ignara del suo danno.

2 10  2010

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