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Cominciano a braccarmi, mamma. È arrivato il momento dei pasti, dei rituali per offrirci sacrificio in ampliamento. La gente reclama, pretende, e m’ingorga l’intestino di parole dove, io, ora, non so più porre rimedi. È finito il tempo dei disgusti voluti. Il massacro delle fiale vitaminiche schierate sul comodino come tanti piccoli coltelli. Perché in realtà erano questo, mamma. Piccole dosi di vita importuna obbligata, inflitte addosso come fruste. E non serviva sottrarsi, come a niente valeva appellarsi né imporsi. La verità è che dopo la linea delle regole comuni concordate nessuno si appartiene più. Dopo che infrangiamo le norme della ragione logica, e scegliamo in maniera distorta cosa fare di noi, diventiamo piante da vivaio. Frammenti di foglie assemblate da altre mani, sebbene il vento continui a scaraventarci lontani, esanimi, spezzettati. Ed è lì che ci addentriamo inconsapevoli in un ecosistema somigliante alle stagioni, dove, chi corregge per noi, raffigura in modo parallelo il vento, la pioggia, il sole, la nebbia talvolta e tutto ciò che serve a farci restare in questo grande disonore di respiri.

Dentro quale dente affilato ti nascondevi. Dentro quale flebo dimoravi per iniettarti ancora dentro di me, avvelenandomi. E io da quale morte mi sono allontanata, se ancora oggi fondamentalmente non esisto. Respirare, plasmarsi carne ubbidiente non equivale a esserci. Le stagioni cambiano gli eventi, ma non dovrebbero interferire, qualora un piccolo granello di sabbia dovesse decidere di scivolare dentro il dirupo che ostinatamente continua a contenerlo. È un suo diritto, capisci? Neanche un nubifragio dovrebbe cambiargli il volere. Lo sai questo, mamma? Non eri con me, lo so… ma io ti vedevo. Eri ovunque. Ti sentivo persino sbuffare sotto il cuscino, quando l’infermiera m’imboccava la pastella quotidiana col risolino indulgente di chi si chiede un perché. Ma veramente c’è un perché se rifiutiamo la vita vanificando i domani, con la pretesa d’impossessarci del presente? Esiste veramente un perché quando i nostri occhi pendono insistentemente verso la fine di tutto se non c’è mai stato un inizio?

Estratto dal romanzo Malta Femmina di Malta,

frammento da “ è rivida la pelle delle Dee, per Magda”

(edizioni Zona) 2009

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