Andandosi sul sale che lo accresce
S’inventa, il mare
S’inventa al calzare e non rincorre.
Stirandosi le dita su alghe d’abbandono
Ruzzola imprevisto il suo daffare
Solcandomi le carni al non delirio
Nel vederlo interrotto
Da chi ne smette l’ira
Mai vaticinata sulle foci

Graffiano
maree impaurite
Sull”orizzonte additato
Nel ricondurlo intatto alle sue figlie:
Corde sfilacciate in terre asciutte.

Sabbie e ciottoli come pesi stretti
Su questo mare che ressi come falda
Stoccato a sfida
Dal coraggio brusco dell’istinto
Per farne scudo
A gole di cipressi.

Lo vidi innalzarsi al profilo
D’eclissi ravviate
Stornandomi il percorso dei ginepri,
E nei fondali cupi della svolta
Il sole l’accecò
Ornando albori a piaghe
Sul grigio di sabbie a tratti alterne
Indosso all’aspro sale
Sfrondando radici al non restarmi.

Ora
Ricamo è mirto essenza
Sui fianchi del ritorno.
Scrostando sdegni da rocce mute
Sfilano lame d’onde sul sobbalzo
Molandosi confini.
Scogli, s’infrangono alle spoglie
Slegandomi le ciglia
A farne note di gusci riascoltati.
E nell’appiedarsi un perduto
D’oltre offeso
Che un tempo gli fu falce
Echeggia l’orizzonte
Degli addii.
Sanando
A squarcio ricucito

Minet /2003

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