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 Potrei cominciare a raccontarvi la sua storia dall’ultimo giorno che vide l’alba ubriacarsi di fango e sole, levandosi le scarpe con il tacco spezzato da uno scarico metropolitano; ma non potrete accarezzarne la metamorfosi che le cancellò l’esistenza. Vedete, ci sono due modi per smettere di sorseggiare brividi. Il primo è quello che accartoccia il nostro corpo in una cassa, costringendoci a rimanere immobili giorni infiniti. Il secondo è il peggiore, tramuta il sole in un nemico da evitare: ogni piccolo raggio illumina cammini da deviare. E questo è solo il principio. Lo stoccaggio di una quantità infinita di bivi cancerogeni.

[… L’impatto, appena una frattura di petalo. Il sillabario della semina ai rigetti, sazio d’alito, immerso unto, cullava latte con gli artigli arcuati al dis-sapore dell’aderenza ruvida – vetriolo. Superflue le stelle, inutili le conte minuziose sul grano fresco imputridito con la gonna sgangherata. Superflue]

Lei non indossò mai un abito da sposa. Sfogliare decine di cataloghi francesi non bastò a farle capire quanto sarebbe stato importante essere donna. Amava quelle vesti sensuali, sgargianti, immerse nei colori di un arcobaleno che annunciava solamente cieli limpidi. Le feste: il rinnovamento adattato alla decenza di metamorfosi oculari, senza fatalità presunte che potessero… le carte da smistare intorno al tavolo seguivano le circostanze delle somme, nella precarietà dell’eventualità sconfitta. Nuvole ingessate: i sorrisi che attendevano il varco del coraggio da scavalcare senza vocazione propria.

[ Cri cri chi vuol giocare venga qui, sotto il ponte di baracca c’è un bambin che fa la cacca,
fa la cacca dura dura, il dottore la misura, la misura a trentatré a contare spetta a te, spetta a te, spetta a te! ]

“Apri le gambe Baby”
Il languore di uno stupro rimane dentro. Delegato a curvare artigli, quando non puoi fare a meno di dargli spinta. Avanza irrisolvibile, come una pestilenza senza possibilità di rimozione. Ore, dentro una tinozza diluita nei ricordi. Ore e poi sequenze, anni e poi stagioni, istanti e accrescimenti statici che ne portarono altri, per esiliarti oltre, incessantemente scialacquata. Bolla di sapone.

[ E venne l’attimo che non è crepa il tutto. L’adipe notturno smagrito senza confessioni,  senza troncamenti che accechino lo squarcio con rammendi soppesati. La colpa tralasciata, sbriciolata giù, giù nel basso che s’imbatte altare profanato nell’usuale d’organze da posare sul ventre gocciolato chino. L’innesto: un ologramma coscienzioso da graziare ]

La candeggina uccide epidermide già morta. Contaminata. Un tempo, lavarti era un rito divino. Versavi l’acqua tepida con cura maniacale, i ceri, i sali da bagno rovesciati, il bagno di tua nonna disastrato. T’immergevi rischiando d’addormentarti mentre sognavi un principe figlio di fata. Sorridevi così. Come si sorride di consueto. Come stelo d’erba, non conoscevi follia, né putrefazione. Bagnavi le labbra sotto la pioggia per offrirle asciutte al sole, mostrando lievemente i denti, mentre con la lingua consumavi l’apparecchio per eccessiva salivazione. Parlavi sottovoce. Rivelavi i pensieri annegandoli nell’emozione. Le ciglia,  sfarfallando, ombreggiavano zigomi inviolati come susine acerbe, ospiti fra i rami di un albero ancora da piantare.

[ La domanda ricorrente non sapeva dell’attesa infranta: le tende ancora da imbastire, ché a maggio l’ago è bordo in promenade da calcare in portamenti seri. Duraturi per l’incanto delle fedi, con mille fiori stesi e uno solamente da sellare. Le veci che furono del seme: l’irruzione. Tu l’intesa con le piante diramate verso i boschi dei lupi inesistenti. E fosti calice stracolmo, nel ribrezzo senza sete, da spartire con pizzi disillusi nel candore ]

Ti vergognavi quando alzavi le braccia. Coprirvi le ascelle con le mani, corrugando la fronte per nasconderti al mondo.  Per non mostrare quella parte di te che scoprivi nuova: i peli! “Sandra ha i peli” diceva tuo fratello, e ridevate con le lentiggini che odoravano d’incoscienza. Quell’incoscienza che nasce gramigna per attecchire delusioni, nelle quali a volte si può morire restando in piedi.
“Sandra ha i peli, Mamma” e ridevi ancora. Vergognandoti con una timidezza che confrontava fiordalisi e rovi sotto la tormenta. Un frutto acerbo, ignaro del gelo in un mondo che rideva e affilava zanne. Eri miele da conservare con cura per annegarci amarezze sedentarie. Pioggia primaverile da travasare in giorni freddi. Eri obolo per avari in tempo di carestia. Pienezza e purezza d’universo.

[ Dimmi dei destini. Delle inversioni marginali, dei castelli molestati in riva al mare, che percorrevi sfamandoti di cumuli evasivi, dove il mestruo t’incenerì preludio, crollo irreversibile di santi immotivati. E poi, cos’era quel fiocco che indossavi orgogliosa, strigliando a vuoto l’eco d’uguali insinuazioni disgustose ]

Poi è arrivata la primavera e sei sbocciata prima del raccolto. L’adolescenza ha la superbia e la sciagura d’essere irripetibile. Incancellabile. Non sapevi cos’era il dolore, mentre le gambe ti portavano ovunque per farti pulsare il cuore ai primi turbamenti. Eri la musa ideale per un quadro di Monet. Una ragazzina con le labbra in continuo movimento addosso agli occhi critici di chi vedeva in te una donna: la donna che, senza chiederti il permesso, aveva confermato il corpo a norme arcaiche per plasmarsi costola d’uomo.

“Apri le gambe, Baby . Forza girala. La volete tutta per voi? Fatti da parte, Nico. Tocca a me. Forza piccola. Forza, forza, forza, forza, forza, forza…”

Non sapevi cos’era l’amore e in quel momento ne desideravi cessione. Cancellazione per una rivelazione imprevista. Gli occhi spenti dentro, incensavano il silenzio; ovunque sghembi i lineamenti. E ti sentivi sporca, malata, appestata, odiata. Ripugnante e inutile a tutto. Persino a te stessa.

[ La derisione dei ricami nei merletti e l’ora al giorno dei fili srotolati fra i domani, che odorano di pane intiepidito. Il profumo dei limoni attorno ai dolci. Le ginocchia peste, le forcine da sterrare scolorite ]

“Ancora piccola. Lo so che ti piace…ferma puttana. “Sì. Tienila buona. Provo a farle gustare il mio cocktail”

[ E provasti un sentimento nuovo fra quel liquido che ti  ferì e stupì;  Cancellando per sempre la clorofilla che avrebbe reso grandi le tue foglie  da mostrare al vento. Un sentimento inverso, criticabile agli abbracci che sovrastavano regni di mostri scannatori nel cordoglio. Tenerezza inconsapevole di iena  – eccola – la premura avvelenata nel sapore; crocifissa, custodita inanimata nel palato. Penitenza all’acchiappo del mai sia da rinnovare ]

“Continua, non fermarti… vuoi sapere perché ti prendo in questo modo? Perché sei una femmina e le femmine godono solo se le sporchi il viso! Non fiatare ora. Finisci il tuo lavoro!”

In certi momenti ritornano figure che sembravano sepolte fin dove la ragione non giungeva più. Piccoli ami fra le ciglia; oltremodo arpioni. Odori accaduti senza il quando, né il davvero. Fragranze devote per balzarci dentro e non trovarsi più. Per non immortalare gesti che diverranno graffi, lesioni innamorate, frammenti di vetro shakerato. Immaginasti tuo fratello di cinque anni, quando ti sorrideva guardandoti il pube. Lo ricordavi e non capivi, non riuscivi a capire quell’innocenza trasformata in rantolo beffardo. Vedevi solo mani afferrare senza chiedere consenso,  chiudendoti la bocca con le braghe calate a metà, sporcandoti con una parte del corpo fino allora velata; utile solo per dimezzare lezioni di grammatica: nell’ora del compito in classe quel cosino era una fuga dignitosa. Quel giorno rispecchiò il sapore della sconfitta, di una falce in mutilazione di miele.

“Pensi d’essere diversa, solo perché fra i capelli hai questo nastrino rosa? Ecco cosa ne faccio del tuo nastrino! Te lo ficco in bocca. Baldracca! Stai ferma, cagna. Dai. Salta…salta…salta…che godo… Vedi come salta ora. Guarda come la faccio saltellare questa piccola carogna frigida. Vuoi vederla saltare come un grillo? Guarda e impara, Nico. Guarda come ci si comporta con le puttane. Salta. Salta… se non vuoi che gli occhi ti schizzino fuori dal tuo bel visino”

[ Il castello, infine, magnificò la sabbia incerta;  l’ideazione intaccata nel sobbalzo ripetuto. Ripetuto ripetuto ripetuto, ripetuto senza corde da ruotare, da alternare in variazioni strette all’ombra, d’unioni deformate al verso di filastrocche replicate. Confiscate al verbo ostile, al garbo per scissioni accidentali ]

I capelli, un tempo, li spazzolavi con cura per non strapparne uno. Erano bozzoli di seta da lavare nel catino buono. Divennero presa. Gancio per farti saltare senza un perché. Maniglia per aprire una porta della quale non conoscevi esisteva. Per te era solamente appartenenza, sentita come pegno per essere donna. Cos’è una donna, ora ti chiedi. Lo chiedi a te stessa mentre senti sfuggire ogni respiro che ormai è stasi su furia; come quando mangi troppo in fretta e rischi di morire senza finire ciò che avevi in serbo. E fu sigillo, il tempo. Incrinatura. Circoscritto nell’inganno di sapersi successione spezzata. Staccato al ritmo di riguardi sospesi. Toccando un attimo buio. Abbandono. Follia.

[ La luna quadra. Il sole opaco. Il vento immobile che scaraventa assenze. Le coincidenze, i treni persi e quelli da scansare. L’eutanasia al bruciore con l’emblema che affligge l’infinito. L’espiazione. L’immolazione. Il senso del buio per i girasoli. La maldicenza priva di lingua in sfoggio obliquo. Lo stupore dei gigli trapiantati. L’inclemenza verso nubi care all’immaginazione ]

Fu l’avvio di un inverno mai stanco di sradicare steli d’erba. Fu l’origine di una punizione da scontare per aver preteso di essere donna. Fu il principio e la fine di una parola che ormai più non era: amore. Dentro la vasca, immobile, nell’illusione di cancellare un marchio, come bozzolo staccato, una metamorfosi andava a male. Un ago trafitto sul corpo, immobilizzò le tue ali come una farfalla da collezione. E non fu mai più primavera. Nei tuoi deserti si annidarono uova in fecondazione di pensieri statici. Insensati come peli divenuti nemici. Rovi da sradicare per non vederli cancro concepito. Non servirono le mani di tua madre a curarti; non servì la comprensione, né la somiglianza. Donna in consolazione di donna, che più non era. E non lo fosti più.

[ Due volte, il parto di tua madre: due feti, grinza smorta la seconda – si sgolò alla privazione e il seno fuggì; cuscino dei sogni che era ancora, inquinò al colostro vivisezionato. Apparente morte: la casuale, soltanto la gemella a revocarla: era l’eterna – a più, sventrare ] E la morte divenne simbolo a portarti speranza. Ogni strada è anteprima e proscenio d’altre strade. Imparasti questo con il tempo. Il dolore è una piaga sanabile anche se conserva larve in ferite rimarginate. Imparasti anche questo. E ogni giorno che ingoiavi fu la continuazione e l’anteprima di quel giorno: embrione di rovo. Mai sradicato da un prato trasformato in roccia. Mai raschiato da una lavagna scritta solo da unghie affilate. È così che il sole diviene peste, rendendoti notte smisurata tesa all’altra. Ogni sera è una porta da annotare nel calendario nascosto dietro pensili colmi di cibi precotti. Il tempo diventa stasi da gestire in compimento di clessidre mentali. Gesti martellanti da terminare per distanziare biforcazioni senza uscita. La finestra chiusa un istante prima, si va a richiudere. Per non commettere sbagli, imprecisioni. Piccoli gesti moltiplicati per discolpare pensieri persi dietro sospiri blindati. Adagiati sopra ciglia prive d’oscillazioni naturali.

Infine, una sera il tuo analista s’ingrassa rimanendo digiuno. Dopo un’analisi durata due ore e mezzo, ti ritrovi con la scarpa infilata casualmente dentro un tombino di fogna ricoperto d’escrementi. Un nervosismo fuori norma, immotivato. Una diagnosi contestata inutilmente. DOC. Disturbo-ossessivo-compulsivo. Ragioni sconosciute.

[ La vita. Gli stanziamenti e i fotogrammi oltre le sentenze. Occhi scalfiti. Attese e responsi. Nozioni abituali. Labbra prosciugate ai termini. Albe nere infine da sbiancare ]

Una panchina per specchiarti l’ultima volta, calpestando formiche senza colpa, fu la tua ultima finzione al mondo. La mattina, il tuo soprabito sgualcito. Abbandonato.
Lo tocco. Ancora caldo. Odora di fango e sole. Lo abbraccio e sei svanita lì.
Lasciando una costola da rendere a Dio.

Marina Minet /2004

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